Il Consiglio Direttivo della Società dei territorialisti e delle territorialiste (SdT) riconosce l’importanza dello sforzo che le istituzioni italiane competenti stanno compiendo per applicare il Regolamento europeo per il Ripristino della Natura con l’elaborazione in corso del Piano Nazionale tendente al medesimo scopo; auspica perciò che questo Piano possa effettivamente contribuire – secondo le finalità che si prefigge – a tutelare e rigenerare la biodiversità, gli ecosistemi terrestri, marini, agricoli, forestali, fluviali, urbani, etc., e a contrastare il cambiamento climatico e il degrado dell’ambiente. In tal senso il Consiglio Direttivo della SdT intende esprimere alcune considerazioni di natura generale.

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Il Regolamento europeo che il Piano tende ad applicare, lungi dal rappresentare un semplicestrumento normativo, delinea una visione precisa della questione ambientale; visione che corrisponde solo in parte alla prospettiva ecoterritorialista che la SdT, dalla sua fondazione, si prefigge di promuovere anche problematizzando le concezioni dominanti della crisi ecologica e delle sue “soluzioni”, che tendono spesso a tradursi in strategie di tipo tecnocratico e dirigistico.

In tal senso, la SdT ritiene irrinunciabili sia l’esigenza di avvalersi di una costellazionemultidisciplinare di saperi (scientifici e umanistici) riferiti al territorio come ambiente naturale-artificiale”, sia la necessità di attivare le energie sociali, civiche e politiche delle comunità locali disposte a convertire attivamente i loro modi di vita per la ricostruzione delle proprie relazioni ecosistemiche con i luoghi del proprio abitare.

Da questo punto di vista, è opportuno considerare che sia il Regolamento europeo, sia il Piano in corso di elaborazione, sia la visione di fondo che li ispira possono destare perplessità, nella misura in cui sembrano attribuire scarsa importanza ai territori locali nelle loro multiformi peculiarità eco-antropiche, culturali, paesaggistiche e bioregionali, come pure al coinvolgimento attivo eresponsabile dei loro cittadini-abitanti nel contribuire alla cura costante degli stessi territori più che a un astratto “sviluppo sostenibile”.

Per tali ragioni occorre evitare che il rapporto delle nostre società con la natura venga subordinato alla logica quantitativa che sia nel Regolamento Europeo sia nel Piano Nazionale si esprime in termini di percentualidi ecosistemi da ripristinare, numeri di alberi da mettere a dimora, ampiezza delle superfici da salvaguardare, efficienza dei servizi ecosistemici” da calcolareeventualmente in termini di benefici economici, e così via.

È importante tener presente che gli ecosistemi non rappresentano grandezze fra loro intercambiabili, ma sono realtà complesse, situate, evolutive e inseparabili dalla morfologia dei luoghi, dalle strutture paesaggistiche, dai patrimoni di sapere delle comunità insediate e dalle pratiche storiche di cura del territorio.

In questa prospettiva, perciò, appare opportuno fondare il “ripristino della natura” su alcuni “principi” come i seguenti:

1. non sostituibilità ecologica e paesaggistica delle formazioni ambientali, principio per il quale la rinuncia alla salvaguardia di un ecosistema “in cambio” di quella di un altro è da escludersi a priori, salvo che come extrema ratio da praticare, del tutto eccezionalmente,all’interno dello stesso contesto ecologico, paesaggistico e idrogeomorfologico, più che dello stesso perimetro amministrativo;
2. privilegiamento generale del ripristino ecologico e rigoroso superamento della logica del controbilanciamento compensativo: i sistemi di compensazione della biodiversità, i mercati del carbonio e i crediti di biodiversità, in particolare, si traducono per lo più in strumenti finanziari che presentano gravi criticità e rischiano di legittimare nuove distruzioni ambientali in cambio di vere o presunte “riparazioni da realizzarsi in sedi diverse;
3. assunzione del paesaggio, non come semplice co-beneficio estetico o culturale, bensì come forma sintetica e leggibile delle relazioni tra natura, storia, insediamenti, agricoltura e comunità;
4. adozione del metodo della lettura territoriale integrata, fondata sulle relazioni complesse e imprescindibili fra bioregioni, bacini idrografici, sistemi vallivi, coste, aree interne, paesaggi agrari storici e sistemi urbano-rurali, superando la classificazione di tipo settoriale degli ecosistemi (foreste, zone umide, zone aride, praterie, etc.);
5. collegamento delle strategie di salvaguardia ambientale agli strumenti di pianificazioneurbanistica e territoriale, non solo come insieme di vincoli, ma soprattutto come necessità direvisione strutturale delle previsioni trasformative, riducendo le espansioni insediative, tutelando i suoli liberi, privilegiando la depavimentazione, la costruzione di reti ecologiche locali, la rigenerazione non edificatoria e la ricostruzione delle continuità agroecologiche.

In definitiva, secondo il punto di vista della SdT, il ripristino della naturadovrebbe essere liberato dalla prospettiva della semplice “riparazione del danno e del calcolo astratto di perdite e guadagni; dovrebbe configurarsi, piuttosto, come politica territoriale di ricomposizione ecologica,paesaggistica e bioregionale, capace di riconoscere che la natura da ripristinare è sempre una natura situata in una morfologia, in una storia, in un paesaggio e nelle sue relazioni complesse con le comunità che la abitano.

Un’ultima considerazione va espressa infine sulla sostanziale indisponibilità a promuovere strategie inequivocabili di tutela dell’ambiente, mostrata fino ad oggi dal governo in carica in Italia; considerazione che non può che suscitare dubbi sulle possibilità che l’impegno a “ripristinare la natura” e a cogliere l’intera complessità di questo stesso impegno possa riscuotere la sua realeattenzione.

2 luglio 2026

Il Consiglio Direttivo della Società dei Territorialisti e delle Territorialiste