La sfida dei giovani fenicotteri al cemento dei Trump
di Roberto Ferrucci
da l’ExtraTerrestre Settimanale ecologista del Manifesto Edizione 11/06/2026
Albania: Un movimento spontaneo sta lottando per salvare l’isola di Sazan e l’area protetta di Vjosa-Narta, paradisi naturali che Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner vogliono trasformare in resort di lusso

Proteste in Albania contro la costruzione del resort nell’area lagunare di Narta – Foto Ap
Il suo profilo, di là dal mare, lo si percepisce da ogni angolo della città di Valona. Ha la forma di seno, un seno materno. Due avvallamenti tondeggianti, fertili. Lontani però sempre presenti. Punto di orientamento ma anche, e soprattutto, punto di riferimento rassicurante, nonostante gli oltre tremila bunker fatti costruire a suo tempo da Enver Hoxha, ossessionato da possibili attacchi al paese che per più di quarant’anni è stato il più isolato d’Europa. Rassicurante perché l’isola di Sazan è uno degli emblemi naturalistici dell’Albania. Un simbolo prezioso, fragile, unico. Da quest’altra parte, sulla costa, la laguna di Vjosa-Narta, area protetta, vicino a Zvërnec, nelle cui acque vivono delle specie marine rarissime. È il territorio dei fenicotteri rosa, diventati il simbolo di quei luoghi e, oggi, i protagonisti del movimento di protesta, Flamingo Revolution, l’hanno chiamata, la Rivoluzione dei Fenicotteri.
QUALCHE GIORNO FA, A FINE MAGGIO, gli abitanti di Valona che si recano abitualmente alla spiaggia di Zvërnec, l’hanno trovata circondata dal filo spinato. Al di là delle reti, dei bulldozer stavano già devastando e alterando una delle zone più fragili e delicate del Mediterraneo. A difendere i lavori, oltre al filo spinato, decine e decine di energumeni vestiti di nero che, alle proteste dei residenti, non hanno esitato a usare la violenza. I video di quell’episodio si sono diffusi in fretta. Poteva sembrare qualcosa di circoscritto, destinato al repentino oblio, uno dei milioni di reel da scrollare sui nostri smartphone, pochi secondi e via. E invece. Invece quell’area protetta e l’isola di Sazan sono diventate proprietà privata. C’è di mezzo ancora una volta l’essere umano oggi più potente, invadente, pericoloso e dannoso del pianeta, Donald Trump. L’affare porta la firma di suo genero Jared Kushner e della moglie, Ivanka, che con il fondo Affinity Partners e finanziamenti dal Qatar sta trasformando l’isola in un resort di lusso da 1,4 miliardi di dollari. Ma l’intero progetto potrebbe arrivare a 4 miliardi.
QUANDO CI SONO VENUTO, fine marzo scorso, per un laboratorio di scrittura organizzato da Nerjada Gjergjevica, nata a Valona, libraia della Libreria Todoro di Portogruaro, l’argomento del resort di Ivanka Trump e del suo consorte era sì presente, ma non in maniera che facesse presagire gli sviluppi di queste settimane. I lavori, che sembra abbiano già provocato danni irreversibili, sono iniziati ad aprile. Guardavo l’isola, laggiù, e provavo rabbia all’idea che basta che arrivi uno degli uomini più ricchi del mondo, stacchi un assegno a nove zeri, e si compri un pezzo di territorio che dovrebbe essere bene comune, di tutti.
Da veneziano dovrei essere abituato alla messa in vendita dei propri luoghi a scopi puramente turistici. E dovrei essere soprattutto abituato all’ineluttabilità di tali dinamiche, sapere che non c’è proprio niente da
fare, visto che noi veneziani poche settimane fa abbiamo ridato la città in mano all’erede di colui che negli ultimi undici anni l’ha devastata trasformandola definitivamente nella capitale, nel simbolo del turismo di
massa. Oppure, forse, proprio per questo avrei voluto metterli in guardia, dirgli di ribellarsi. Quando chiedevo in giro se ci fossero state proteste alla notizia di quella vendita, mi si rispondeva che sì, qualche decina di attivisti davanti al Parlamento di Tirana e fine. Sentivo come una sorta di remissività nelle loro parole, nel loro atteggiamento. Un atteggiamento su cui deve aver puntato il governo albanese, una remissività che
credevano di poter assecondare sbandierando i miliardi di dollari della coppia stile Love Boat, Trump-Kushner. Un autogol. Perché ammesso e non concesso che la remissività, il sottostare ci fosse, riguardava le generazioni uscite da decenni di dittatura. Oggi è cambiato tutto. In strada a protestare, ogni giorno, a Valona, Tirana, e altre città, ci sono soprattutto giovani, migliaia, stufi di avere a che fare con politici corrotti, che cedono al miglior offerente territori dal valore ambientale inestimabile. L’Albania non è in vendita, è lo slogan più diffuso nelle strade da centinaia di migliaia di persone che compongono un movimento trasversale, spontaneo.
IL TERRITORIO ALBANESE, LE SUE COSTE, fanno gola a tanti. E laddove la corruzione è all’ordine del giorno, non stupisce che chi sta giocando col mondo come se fosse un Risiko, arrivasse e ne traesse profitto. Di cantieri ne ho visti a decine, soprattutto verso sud, interi villaggi turistici in costruzione, condomini, alberghi, villette che si affacciano sul mare, spuntati dal nulla, progetti e investimenti quasi esclusivamente stranieri, che già avevano provocato reazioni e malumori fra i residenti.
Proteste locali e poco incisive. Chissà, forse un giorno bisognerà quasi ringraziarla, Ivanka Trump e il suo colpo di fulmine per l’isola di Sazan, scoccato quando con la sua barchetta da milioni e milioni di dollari, ci è finita davanti. Ringraziarla per averci fatto aprire gli occhi.
LE IMMAGINI CHE IN QUESTI GIORNI arrivano da Tirana mostrano non soltanto le proteste spontanee e creative della Flamingo Revolution, ma anche una città dinamica, che merita sì di stare in Europa ma non certo con quella classe dirigente senza scrupoli pronta a svendere ogni centimetro possibile di un territorio che non merita la cementificazione selvaggia. Quelle immagini sovvertono i cliché sull’Albania che soprattutto noi italiani continuiamo ad avere appena pronunciamo il suo nome. Cliché che cercheranno di scalfire anche gli scrittori e le scrittrici che l’Istituto Italiano di Cultura inviterà per delle brevi residenze a Vila 31, che era la residenza di Enver Hoxha, diventata oggi una residenza per artisti.
IL MOVIMENTO ALBANESE è spontaneo e trasversale. Io li ho visti, i ragazzi che stanno affollando le strade dell’Albania. Sono gli studenti universitari che studiano nei caffè letterari di Valona, che non hanno nessuna intenzione di andarsene via, di lasciare il paese e che, adesso, scendendo in piazza a gridare “L’Albania non è in vendita” stanno sovvertendo tutti i luoghi comuni sugli albanesi, e non solo. Quei ragazzi stanno dando una lezione all’Europa. E li ho incrociati proprio nel cuore della laguna di Vjosa-Narta, una scolaresca in visita al monastero di Santa Maria nell’isolotto di Zvërnec, che si raggiunge a piedi lungo una passerella di legno. Una scolaresca di liceali, guidati dalla professoressa di francese, e potevo capire le loro domande, le loro curiosità, e vertevano tutte sulle caratteristiche della laguna, le acque, la flora e la fauna, poi commentavano fra di loro in albanese. Lo ha scritto anche Lea Ypi, «l’Albania potrebbe insegnare al vecchio continente una lezione di rispetto di sé». Sì, la battaglia per Sazan e Vjosa-Narta non è una battaglia soltanto albanese. Chi scende in piazza in questi giorni lo sta facendo per tutti noi. Stanno dicendo al mondo intero che è ora di finirla con gli oligarchi. Che il pianeta appartiene a tutti.
Leggi anche L’Albania delle piazze non vende l’anima
