Appelli

Appello dei territorialisti veneti alla Giunta Comunale: un Assessorato per i rapporti con il Terzo settore.

Treviso, maggio 2015

Petizione dei Territorialisti Veneti alla Giunta Comunale di Treviso

referente prof. Angelo Marino (angelo@angelomarino.com)

via Ottavi, 28

31100 – Treviso

tel. 0422-401259

cell. 340.6549013

 

Oggetto: un Assessorato per i rapporti con il Terzo Settore

 

Abstract – Riteniamo che un Assessorato come quello indicato in oggetto sia un utile strumento, di cui dovrebbe dotarsi ogni città capoluogo di provincia, per colmare la distanza che separa il cittadino dalle istituzioni.

A maggior ragione questo vale per una città come Treviso che, a quasi due anni dall’insediamento di una Giunta di centrosinistra, aspira a connotarsi come città della rinascita dopo il ventennio leghista.

Riteniamo inoltre che sia l’unico modo tecnicamente possibile per instaurare un dialogo costante fra cittadini e amministrazione di prossimità.

Il Terzo Settore (come meglio diremo più avanti) è un multiverso frammentato e disperso di istanze, osservatori locali, saperi diffusi e saperi esperti che costituiscono la risorsa immateriale più preziosa della comunità.

Questo “capitale civico” – come lo definisce Salvatore Settis – non va sprecato, ma qualificato e tradotto in pratiche amministrative.

 

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I saperi inattivi – Il territorio custodisce un “capitale civico” non ancora esplorato nelle sue potenzialità di risorsa progettuale (economica, energetica, produttiva, abitativa, amministrativa, politica) capace di competere con le forze destabilizzanti del mercato globale. Allo stato questo patrimonio “radicato in meccanismi di trasmissione intergenerazionale di lungo periodo (famiglia, scuola, società)”[1] è come un immenso campo a riposo, un’area culturale tagliata fuori dalle forze vive della società e, tuttavia, in grado di fornire regole e saperi ai poteri pubblici, in primo luogo ai governi locali, comunali e sopracomunali, da tradurre in pratiche amministrative.

La formula in uso per definire questo capitale umano, inutilizzato in tutto o in parte dai governi locali, è quella di Terzo Settore. Il Terzo Settore è, per definizione, un organo intermedio che si contrappone al settore privato, generalmente interessato al proprio utile, e al settore pubblico istituzionalmente deputato al bene comune. Per comodità, in questa sede, adoperiamo la locuzione “Terzo Settore” in senso molto più ampio rispetto a quello standard, fino a comprendere il “valore aggiunto territoriale” (Dematteis) rappresentato dai corsi di laurea che si occupano di patrimonio territoriale, ambientale e paesaggistico (Storia, Geografia, Estetica, Architettura, Urbanistica, Scienze del territorio e dei sistemi agro-forestali, ecc.), dalle Scuole di formazione professionale (Licei artistici, Istituti per il turismo, Istituti per la tutela e la difesa dell’ambiente, ecc.) e da tutte quelle Associazioni che lavorano sul territorio e che producono saperi contestuali. L’Università, in particolare, in quanto luogo dove reperire competenze di alto livello, potrebbe svolgere una funzione di primo piano nel fornire regole e saperi agli istituti di decisione per produrre servizi ecosistemici coerenti fra sviluppo economico e valorizzazione del patrimonio territoriale. Non solo, ma anche per promuovere peculiari “stili di sviluppo” inclusivi del processo rigenerativo delle risorse impiegate; per ridurre drasticamente le dipendenze dall’esterno e, con esse, l’impronta ecologica; per trasformare le qualità ambientali e territoriali in ricchezza durevole; per ricostruire le filiere agroalimentari locali; per ristabilire l’antica alleanza fra città e campagna, ecc.

Le barriere da rompere – Sappiamo bene che “riunire intorno ai tavoli della decisione sul futuro di un luogo la maggiore articolazione possibile degli attori sociali è una via assai faticosa, ma efficace per trovare un equilibrio nei progetti di trasformazione. Non si tratta di distruggere i valori delle comunità esistenti ma di contribuire alla crescita della comunità possibile”[2] . È nel mancato coinvolgimento delle parti sociali, compresi i soggetti più deboli, la vera ragione per cui il concetto di territorio (e di territorialità) non ha ancora superato la sua dimensione di supporto ambientale alla produzione industriale per divenire un complesso sistema identitario in grado di generare dal suo interno le regole statutarie e le risorse indispensabili per il suo sviluppo durevole e sostenibile.

Rimandano alla stessa causa – il mancato raccordo tra il potere pubblico e le parti sociali nei processi deliberativi – gli “effetti ambientali di lungo periodo, già accumulati nel passato, […] attualmente operanti, devastanti e parzialmente irreversibili, nelle forme e ritmi imprevedibili del loro andamento futuro”[3] : cambiamenti climatici, desertificazioni, riduzione della biomassa vegetale, estremi di temperatura, esondazioni, innalzamento dei mari e via elencando.

Senza una programmazione unitaria, nessuna parte sociale può difendere, da sola, il capitale civico custodito in un sistema territoriale: il Terzo Settore perché non ne ha il potere; e le Amministrazioni locali perché, pur avendolo, non sempre hanno le competenze necessarie per usarlo nel modo più appropriato.

Da qui la necessità di sussidiarsi a vicenda attraverso l’istituzione di un organo di consulenza permanente che svolga la funzione di interfaccia tra potere e cultura – tra governo del territorio e scienze del territorio – non solo per risolvere emergenze (ricostruire un argine, riparare un ponte, localizzare un parcheggio, risolvere un problema di traffico automobilistico e simili), ma per concertare progetti di politica generale e settoriale sulla base delle reciproche esperienze e competenze maturate nei rispettivi ambiti.

La proposta avanzata dai Territorialisti Veneti con questa petizione è, pertanto, quella di istituire, a partire dalla Giunta comunale di Treviso, uno specifico organo intermedio, in pratica un nuovo Assessorato per i rapporti con il Terzo Settore – nel senso lato che abbiamo indicato prima – che svolga la funzione di coordinamento, valutazione e trasmissione delle esperienze e delle attività partecipative della popolazione.

Come scrive Salvatore Settis in Paesaggio Costituzione cemento[4] , “Titolare del diritto alla tutela dell’ambiente e del paesaggio è la comunità dei cittadini; fruizione individuale e fruizione collettiva si intrecciano dunque in modo inestricabile”. Il rischio di disperdere il capitale simbolico di una città e del suo territorio è nella omogeneizzazione di tutte le differenze “secondo un pensiero unico nutrito dei feticci di una globalizzazione che vuole ogni luogo identico a ogni altro”. Per questo, puntualizza Settis, “i cittadini hanno il diritto/dovere di opporsi a chi disperde il capitale simbolico che altri cittadini di quella città hanno accumulato per secoli con il loro lavoro; ne hanno il diritto e il dovere in nome non solo del passato, ma soprattutto del futuro”. “Ma per preservare la propria unicità e proiettarla nel futuro bisogna conoscerla, considerarla un valore irrinunciabile”[5] .

Da qui l’importanza delle Associazioni ambientaliste locali (Legambiente TV, WWF Villorba, Italia Nostra TV, Forum Salviamo Il Paesaggio, Decrescita Sostenibile, ecc.) capaci di fornire, con lo strumento dell’osservatorio, una mappa disegnata delle criticità e delle valenze del territorio. E da qui l’importanza dei Contratti di fiume, di falda, di foce, di lago, ma anche di bosco, di montagna, di fondovalle, di costa, in un territorio densamente irrorato da vie d’acqua come quello veneto. Riconoscere la funzione primaria del concetto di bioregione come ecosistema unitario “restituirebbe forza al territorio del bacino come entità fisiografica identitaria, abitativa, produttiva, amministrativa, politica; contribuirebbe inoltre a ricostruire le identità collettive di valle e degli entroterra costieri; a riconsiderare le città di pianura come ‘avamposti’ dei sistemi vallivi profondi di cui sono storicamente espressione, riconnettendo in una rete di relazioni sinergiche la montagna alla pianura, al mare” [6].

Lo smemoramento del codice genetico e della base naturale, morfotipologica, dei luoghi è la grande insidia del nostro tempo. Convegni, forum, simposi, dibattiti, per quanto dialettici e affollati, producono effetti di ridondanza, all’interno di un metadiscorso autoreferenziale, molto spesso iperspecialistico, piuttosto che di risonanza, intesa come dialogo vivo fra attori veri del cambiamento in grado di dare vita a nuove visioni strategiche e operative.

È ormai chiaro che la transizione verso una convivenza sostenibile dipende in larga misura da una metamorfosi culturale che deve necessariamente partire dal basso – dall’effetto di risonanza all’interno della comunità e fra la comunità e le istituzioni – ossia dalla dimensione locale della convivenza civile. I custodi, i veri e propri numi tutelari del territorio e del suo irripetibile patrimonio naturale, ambientale e paesaggistico, sono i suoi abitanti, la “comunità strutturante”.

Lo prevedono, peraltro, la Convenzione europea del paesaggio (2000) e il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004), che hanno delineato un nuovo quadro normativo di riferimento rispetto al quale tutte le Regioni stanno adeguando i propri strumenti di pianificazione e programmazione. La Convenzione europea del paesaggio, entrata nell’ordinamento giuridico del nostro Paese (Legge 14 del 2006), sintetizza in due articoli il necessario coinvolgimento della popolazione nei processi consultivi e deliberativi: nell’art. 5 dove, riconoscendo il valore giuridico del paesaggio, in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, stabilisce la “partecipazione del pubblico, delle autorità locali e regionali e degli altri soggetti coinvolti nella definizione e nella realizzazione delle politiche paesaggistiche […]”; e nell’art. 6 dove, riconoscendo il valore formativo e pedagogico del paesaggio, chiama direttamente in causa la Scuola e l’Università (“gli insegnamenti scolastici e universitari che trattino, nell’ambito delle rispettive discipline, dei valori connessi con il paesaggio e delle questioni riguardanti la sua salvaguardia, la sua gestione e la sua pianificazione, sono chiamati a svolgere un ruolo di comprimari nel processo di educazione e formazione della società civile”.

Regioni come la Puglia e la Toscana si sono già adeguate a queste normative con l’approvazione dei rispettivi Piani Paesaggistici Territoriali: la Regione Puglia con delibera del 23 febbraio 2015 e la Regione Toscana con delibera del 27 Marzo 2015. Entrambi i piani (ai quali, va detto, hanno dato un contributo sostanziale molti membri della Società dei Territorialisti per definirne i contenuti e le metodologie d’applicazione) hanno comportato un enorme lavoro di scavo, “una discesa consapevole e colta” (Quaini) nel loro passato, per portare alla luce lo spessore storico e culturale dei rispettivi territori su scala locale e bioregionale.

Il capoluogo della Marca, a quasi due anni dall’insediamento della Giunta di centrosinistra a guida Manildo, ha i requisiti politici e culturali per assumere il ruolo di capofila delle città venete – e dunque della regione Veneto – mettendo in campo un pacchetto di iniziative che la connotino come città della rinascita dopo il ventennio leghista. Restituire cittadinanza attiva ai soggetti sociali, che il governo precedente non aveva preso in considerazione nemmeno come pura ipotesi, riporterebbe in scena quegli “attori imprevisti” dalle precedenti normative[7] , ma che la nostra Costituzione, disgregando l’antico centralismo, aveva puntualmente previsto indicando nuove rotte alle pratiche della cittadinanza. Si tratterebbe, in definitiva, di dare a Treviso un volto nuovo e nello stesso tempo antico, riformulando la nuovissima nozione giuridica di “comunità di vita”[8] e promuovendola al rango di forma urbis ideale sulle linee guida del diritto romano e degli antichi Statuti comunali.

L’istituzione di un organo di mediazione fra la comunità e l’Amministrazione comunale è improcrastinabile. Nelle condizioni attuali – i saperi specialistici frammentati e autocentrati, le associazioni ambientaliste disperse e costrette a “parlarsi addosso”, il governo locale che opera per contatti sporadici e intermittenti con la comunità, il consenso “ottenuto” a cose fatte piuttosto che sulle cose da fare – aspettare che qualcosa si avveri, che si presentino all’improvviso scenari di cambiamento, è come darsi in ostaggio al destino.

(a cura di Angelo Marino)

 


[1] Salvatore Settis, Se Venezia muore, Einaudi 2014, p. 107. È in questo saggio che l’autore sviluppa la categoria sociologica di “capitale civico”, sottolineando che esso è “qualcosa di più del ‘capitale sociale’, in quanto include la nozione di ‘cultura civica’, sentimento collettivo dei valori, dei principi e della memoria sociale che ha una dimensione culturale, politica ed economica. […] Il ‘capitale civico’ non si deprezza con l’uso, anzi, proprio come il capitale umano, con l’uso tende a crescere […]”, ivi.

[2] Alberto Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri 2010, p. 84.

[3] A. Magnaghi, La regola e il progetto (a cura di), Firenze University Press 2014, p. 33.

[4] S. Settis, Paesaggio Costituzione cemento, Einaudi 2010, p. 276. È il primo della monumentale quadrilogia, comprendente Azione popolare (2012), Costituzione incompiuta (2013, con A. Leone, P. Maddalena e T. Montanari) e Se Venezia muore (2014), assolutamente ineludibile per conoscere la storia passata e presente del nostro Paese e per progettare il nostro futuro nel rispetto del dettato costituzionale.

[5] Citazioni tratte da Se Venezia muore cit. pp. 103-104.

[6] A. Magnaghi, La regola e il progetto cit., p. 18.

[7] S. Settis, Paesaggio Costituzione cemento cit., p. 200.

[8] U. Vincenti, Diritto senza identità. La crisi delle categorie giuridiche tradizionali, Laterza 2007, p. 57.

 

 

Promotori:

Angelo Marino, Michele Zanetti, Daniela Zanussi, Alda Gambino, Carlo Nizzero, Alessandro Pattaro.

Aderenti all’appello:

A. Magnaghi, S. Settis, L. Mercalli, F. Vallerani, M. Quaini, G. Dematteis, A. Passi, L. Puppato, E. Manzato, M. Poloni, A. Bagatella, E. Scandurra, R. Pazzagli, P. Bonora, C. Saragosa, G. Ferraresi, R. Paloscia, T. Perna, R. Gambino, F. Pascarandolo, M. Morisi, M. Arena, G. Scudo, G. Paba, A. Mengozzi, L. Bonesio, F. Lo Piccolo, P. Bevilacqua, G. Volpe, D. Poli, R. Bobbio, O. Marzocca, L. Pellizzoni, G. Brogiolo, S. Malcevschi, Domenico Luciani, Romeo Scarpa, Umberto Zandigiacomi, Emilia Peatini, Anna Maria Colavitti, Claudio Greppi, Marco Prusicki, Paolo Baldeschi, Leonardo Rombai, Annalisa Colecchia, Luciano De Lazzari, Antonella Lorenzoni, Mario Canzian

maggio 6th, 2015|Appelli|

PER UNA NUOVA CIVILIZZAZIONE IDRAULICA DEL VENETO. UNA PROPOSTA PROGETTUALE DEI TERRITORIALISTI VENETI (a cura di Francesco Vallerani e Angelo Marino)

Il Veneto ha una territorialità atipica rispetto alla gran parte delle regioni italiane: quella di essere un territorio di antica antropizzazione densamente irrorato da vie d’acqua, un delicato equilibrio idrogeomorfologico che si è mantenuto relativamente stabile nel corso dei millenni grazie al rapporto mai interrotto tra uomo e fiume. La complessità geomorfologica e storico-culturale del territorio veneto è il prodotto di questa coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente naturale. Nell’Italia del secondo dopoguerra sfigurata dalla cementificazione e dalle distorsioni sociali conseguenti al “miracolo economico”, questo processo interattivo si è improvvisamente interrotto.

Anche nel Veneto, le periferie delle città si sono riempite di squallidi palazzoni pieni di appartamenti, che faranno passare alla storia gli anni ‘60 come il decennio più disastroso della storia dell’urbanizzazione. Da allora settori sempre più consistenti della popolazione assistono allo stravolgimento ambientale con un forte senso di disagio e angoscia. Siamo ormai tutti convinti che l’accumularsi attorno ai centri urbani di dense e caotiche nebulose insediative sia una delle più sentite problematiche rilevabili nelle geografie del mondo urbanizzato. «Se fino a un recente passato le azioni di protesta e il dibattito politico erano condotte da associazioni a livello nazionale (nel caso italiano si pensi a Italia Nostra, a Legambiente e al Fondo per l’Ambiente Italiano) e internazionale (WWF, Green Peace), oggi è sempre più diffuso un coinvolgimento diretto di gruppi e movimenti cittadini, accomunati dalla paura per le minacce ambientali, che organizzano iniziative civiche. Paure, disagi esistenziali, perdita di serenità e depressione sono i principali moventi che spingono [molte persone] a occuparsi di qualcosa che sta al di fuori della spazialità domestica» (Vallerani, Italia desnuda).

La conclamata perdita di qualità territoriale penalizza il valore dei nostri mondi di vita, dove il fitto tessuto delle ville, come pure dei fiumi, boschi e paesaggi agrari, ha subito gli effetti della dilatazione abnorme della città dell’economia. I centri urbani, prima chiaramente riconoscibili, ora si saldano in una continuità confusa e senza limiti. L’esito visibile di questa cancellazione della memoria collettiva è, come scrive Zigmunt Bauman, l’estensione del «deserto creato dall’uomo», un deserto «che si estende oltre la portata del progetto e della capacità di ciascuno in particolare» (Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione).

Nel Veneto del miracolo economico la città è cresciuta allontanando sempre più la campagna che si è così trasformata in nuove periferie e spazi incolti. Questo processo è destinato a continuare e ad accrescere le contraddizioni tra una città sempre più periferia e una campagna sempre più urbanizzata. Una delle principali vittime di questo “olocausto”, dovuto al prepotente ingresso di altre economie, di altra mobilità, di altre percezioni, è proprio il paesaggio veneto, ossia i luoghi che videro l’azione superba della progettazione palladiana, autentica firma paesaggistica che fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso connotava ancora uno dei paesaggi agrari più belli della terra, distribuiti sopra la falda acquifera tra le più ricche d’Europa (Vallerani, Italia desnuda). La dissoluzione fisica e affettiva dei nostri contesti di vita è destinata a proseguire fino a che non ci saremo dotati degli strumenti culturali idonei a fronteggiarla e a contrastarla.

Nell’ex paesaggio palladiano, lo straordinario successo del modello economico, che ha trasformato in pochi decenni una regione di poveri emigranti in uno tra i più opulenti territori del pianeta, non è riuscito a fondersi armoniosamente con i pregiati caratteri del paesaggio storico (Vallerani, 2000; Vallerani, 2012). L’esito di questa omologazione al recente modello di sviluppo non è solo lo stravolgimento della geografia insediativa della pianura, dei fondovalle e della linea di costa, causa prima del degrado ecologico e ambientale dell’intero territorio, ma la dissoluzione del sapiente ordito dei segni grafici e pittografici che facevano del Veneto una delle regioni paesisticamente più armoniose del nostro paese. Allo spreco folle della riproducibilità dei sistemi ecologici più elementari si sono aggiunte l’amnesia diffusa del paesaggio ereditato e il successivo eclissarsi del senso estetico.

L’immagine della bruttezza che più ci offende, perché non ha alcuna legittimità all’interno di un discorso estetico, è quella oggettiva, permanente e irrimediabile, che ci viene offerta nelle tre dimensioni dello spazio urbano e rurale costruiti senza progetto, senza riferimento alle regole genetiche dei luoghi e in palese violazione dell’interesse collettivo.

Un cambio di paradigma rispetto agli insediamenti senza regole si rende oggi necessario anche in considerazione degli effetti negativi che lo spettacolo del brutto provoca nella psicologia di chi lo osserva. Anche se manca una letteratura che puntualizzi il rapporto tra perdita della “bellezza del paesaggio” e disagio, i dati osservabili empiricamente testimoniano in modo inequivocabile che vi è una stretta relazione tra emozioni negative (stato d’ansia, depressione, spaesamento) suscitate dagli sfregi ambientali e conseguente propensione a pensare in negativo. Lo sguardo pessimista diviene dominante con il prevalere di ciò che lo psicologo Aaron Beck definisce «blocco cognitivo». Il blocco cognitivo è uno stato mentale che, agendo in sinergia positiva (incrementale) con la crescente incapacità di distinguere il bello dal brutto e il bene dal male, produce una sorta di “atonia morale” che investe strati sempre più profondi della nostra psiche. L’immersione quotidiana nel brutto crea infatti assuefazione. All’immagine costante del brutto si fa l’abitudine. «Sembra quasi che alla cementificazione dei suoli faccia seguito una progressiva asfaltatura delle menti, una impermeabilizzazione delle coscienze […] e ciò lo si nota soprattutto tra i più giovani [perché in essi all’assuefazione] si aggiungono gli effetti compensativi dell’orgia seducente del consumismo, autentico collante sociale» (Vallerani, Italia desnuda).

Abbiamo una storia delle città italiane, ma non abbiamo una storia dei territori italiani, ossia del contesto geografico che si è sviluppato intorno alle città. Se si introducesse la storia del territorio nelle scuole, gli insegnanti avrebbero a disposizione uno degli archivi più fecondi di antropologia culturale che si possa immaginare. I valori che emergono dall’analisi del patrimonio territoriale servirebbero, infatti, da un lato a rivelare le regole o linee guida di ogni possibile intervento di trasformazione e dall’altro a limitare l’ampiezza delle informazioni quantitative a vantaggio di quelle qualitative del territorio stesso. Attualizzare un’indagine storica interamente ricostruita sui luoghi vuol dire operare una dissezione metodica completa della storiografia ufficiale omologata nei manuali scolastici, una ricomposizione dei saperi che metta capo alla storia dei luoghi come point di départ piuttosto che come point d’arrivée (fatti salvi i risultati prodotti dalla globalizzazione senza regole) dell’indagine storica: l’esatto contrario del metodo d’apprendimento scolastico che si è seguito finora. L’adozione del metodo regressivo, che ribalta quello progressivo dei positivisti, adagiato sulla concezione lineare e rasserenante del progresso, costituisce il lascito forse più cospicuo e la lezione più durevole della “rivoluzione storiografica” degli Annalisti. È, questo, il metodo più raccomandato da Marc Bloch: quello che conta, secondo lui, è innanzitutto la capacità di «osservare e analizzare il paesaggio di oggi», perché «solo l’ultimo fotogramma è intatto» e, a voler ricostruire i tratti sfocati della storia lontana, si rende «necessario anzitutto svolgere la bobina in senso inverso a quello della ripresa»; occorre pertanto procedere dall’avanti all’indietro, à rebours, partendo dai tempi e dai luoghi più vicini a noi, non solo «perché la chiarezza dei documenti [diventa] via via più totale a mano a mano che si percorre in giù il corso del tempo», ma anche perché «a procedere in modo meccanico dall’indietro all’avanti, si corre sempre il rischio di perdere il proprio tempo nel dare la caccia agli inizi o alle cause di fenomeni che, all’esperienza, si rivelerebbero, forse, immaginari» (M. Bloch, Apologia della storia).

Il monitoraggio del territorio come attività di ricerca orientata al recupero del suo patrimonio memoriale e identitario, verifica a ogni passo come e perché i cosiddetti “saperi esperti” elaborati nelle facoltà universitarie si sono via via strutturati estraendo dai luoghi i loro costituenti primari (le regole insediative, l’architettura bioclimatica, l’agricoltura biologica inclusiva del processo rigenerativo del suolo, la relazione non gerarchica ma di complementarità fra città e campagna, l’artigianato locale come alternativa alla produzione seriale, il fiume come risorsa energetica e insostituibile idrovia per il trasporto di persone e merci). Il carattere anfibio dei saperi, prima di tradursi nelle scienze del territorio e nelle scienze della terra, nasce infatti negli spazi del vissuto, nei processi di sedimentazione secolare che fanno capo alla struttura unificante del bacino idrografico e delle comunità rivierasche vissute in simbiosi con esso. I saperi locali vanno rivalutati e riportati alla luce in quanto saperi anfibi, e dunque geneticamente e cognitivamente interconnessi, nei quali comunicano e convivono, grazie alla funzione unificante del fiume, tutte le componenti dell’ecosistema acquatico: la navigazione e la produzione agricola, le attività cantieristiche e la pesca, la portualità e la produzione di energia elettrica, la sostenibilità turistica e le dinamiche insediative.

È all’interno di questo ritrovato orizzonte di senso che i saperi e i mestieri antichi, decontestualizzati e dispersi dalla modernità, possono essere ricontestualizzati e riportati alla loro unità originaria. Ed è in ragione della riscoperta di questa matrice comune che la natura anfibia del paesaggio fluviale, rivelatosi come tale nel processo ricognitivo dei ricercatori, va riprodotta fedelmente nel loro sforzo di riportarla alla luce in tutta la sua valenza originaria. Nessuna parte di un sistema interconnesso, qual è il bacino idrografico, può essere studiato per segmenti, per la stessa ragione per cui ogni asta fluviale va considerata nell’insieme dei sottosistemi idrografici interconnessi, dalle sorgenti alla foce.

A garantire le condizioni di continuità ecosistemica della bioregione veneta, rispetto alla quale il reticolo idrografico costituisce il principale supporto di questa continuità, sono la qualità delle connessioni ecologiche del territorio e la presenza della biodiversità, assunte come invarianti strutturali della stessa bioregione (Magnaghi, La regola e il progetto). Di questa unità ecosistemica fanno parte i corridoi ecologici, le aste fluviali, i laghi, le paludi, le aree verdi, il territorio agricolo, dotato di diversi gradi di valenza ecologica, e le aree urbane, come principali aree di criticità.

L’intero ecosistema dev’essere pertanto studiato e interpretato in tutte le sue componenti antropologiche e geomorfologiche come un “corridoio culturale”, grazie alla presenza non solo di manufatti connessi a specifiche funzionalità idrauliche (le banchine, gli squeri, i mulini, i ponti, le riviere, i natanti), ma anche di residenze signorili, luoghi di culto, case rurali “a schiera”, centri rivieraschi, palazzi di città e quant’altro ne connoti la nascita e l’evoluzione geostorica. Lo studio integrato di queste componenti consentirebbe di individuare gli «elementi gravidi di regole per il progetto» (Magnaghi), non potendosi considerare sufficiente l’insieme di norme urbanistiche per arrestare il degrado e per disincentivare il consumo di suolo. Servirebbe inoltre a restituire forza all’intero territorio come entità fisiografica identitaria, abitativa, produttiva, riconnettendo in una rete di relazioni sinergiche la campagna alla città, la montagna alla pianura, l’intero entroterra al mare. «È questo il compito di una nuova progettualità finalizzata al riequilibrio di assetti geo-economici che hanno, in un recente passato, degradato e sprecato notevoli risorse paesaggistiche e ambientali. In tale prospettiva un ruolo tutt’altro che secondario è stato assolto da istituzioni museali del tutto simili a quella di Battaglia […]» (Vallerni, Tra Colli euganei e Laguna veneta).

Il Museo Civico della Navigazione di Battaglia Terme è uno dei “giacimenti culturali” più importanti d’Italia, «un autentico patrimonio di cultura materiale altrimenti destinato alla dispersione e all’oblio». Il recupero di questo straordinario “giacimento culturale” passa attraverso la redenzione agronomica di vaste aree paludose, in cui le fasi progettuali e i conseguenti esiti fisionomici non riguardano soltanto l’ambito produttivo e insediativo, ma anche i processi di elaborazione simbolica e culturale del territorio da parte delle comunità rivierasche. Sono stati in particolar modo l’escursionismo nautico e le pratiche del turismo itinerante a individuare in questi corridoi fluviali risorse di inaspettata attrattività. «Gli obiettivi e le strategie dei piani territoriali dovrebbero quindi tener conto non solo delle concrete fisionomie idrografiche, ma anche delle non meno trascurabili “geografie mentali”, con cui la popolazione identifica quei medesimi segni d’acqua» (Vallerani, Italia desnuda).

Nella realizzazione del canale di Battaglia si è tenuto conto di quanto potesse contribuire a valorizzare queste tre fondamentali vocazioni che connotano quel centro storico come tipico centro culturale non agricolo: preservare i delicati equilibri fra insediamento umano, ambiente e comunità locale, quasi a voler dimostrare quali e quanti vantaggi possono derivare dalla consapevole ricucitura del secolare rapporto tra comunità e territorio; incrementare la sua funzione di baricentro per i collegamenti nautici tra la laguna e l’intero bacino idrografico del Veneto; valorizzare le relazioni economiche tra Venezia, la più famosa città anfibia del mondo, e il suo entroterra ricalibrando e migliorando tutto l’irradiarsi di relazioni per acque interne con Treviso, Monfalcone, Padova e la linea del Po.

La conca di Battaglia può, pertanto, essere considerata l’apoteosi dell’antropizzazione lungo un corso d’acqua. «È in questo senso che il taglio medioevale del canale di Battaglia […] può definirsi una riviera, vero e proprio “tipo” geografico indicante l’apoteosi dell’antropizzazione lungo un corso d’acqua» (Vallerani, Tra Colli euganei e Laguna veneta). Esso presenta interessanti assonanze con consimili assetti antropici lungo le idrovie delle riviere della Brenta e del Sile. Il suo sito è geograficamente strategico perché consente il passaggio delle imbarcazioni dal canale di Battaglia alla sottostante idrovia in direzione del Bacchiglione e viceversa. Grazie alle numerose intersezioni con alvei di drenaggio posti a quote più basse, costituisce non solo il centro propulsore della rinascita del comprensorio di Battaglia in grado di ridare vita alle vie d’acqua dismesse dal traffico commerciale, ma anche di avere importanti ricadute economiche su vaste aree del territorio veneto (nonostante la spietata concorrenza, a partire dalla metà del secolo scorso, dei trasporti su ferrovia e su strada).

L’idea sottesa al progetto è di aprire un corso d’acqua – il Bacchiglione – a una molteplicità di itinerari di turismo fluviale che vanno non solo verso i centri storici di Padova, Monselice, Este e la riviera del Brenta, ma anche verso quelli orientali di Treviso, Pordenone e il Friuli, compresi quelli di Chioggia e della laguna meridionale, con le successive connessioni verso l’Adige e il Po. Lo scavo del canale rappresenta pertanto uno dei momenti più significativi dell’inserimento di elementi innovativi nelle strutture invarianti del territorio, ossia degli «elementi gravidi di regole» – come direbbe Magnaghi – che consentirebbero oggi, come hanno consentito in passato, di integrare in un progetto unitario gli aspetti paesaggistici e culturali con quelli economici, sia pure limitatamente all’escursionismo nautico e al turismo sostenibile.

marzo 20th, 2015|Appelli|

Statuto

ASSOCIAZIONE

“SOCIETÀ DEI TERRITORIALISTI E DELLE TERRITORIALISTE ONLUS”

STATUTO

 

Titolo I

Disposizioni generali: denominazione, sede scopi

Art. 1 E’ costituita una associazione denominata Società dei territorialisti e delle Territorialiste (SdT) ONLUS.

L’associazione ha sede in Firenze c/o LAPEI (Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti) via Micheli n. 2, 50123.

Art. 2 L’associazione è apolitica e non ha finalità di lucro. L’associazione ha finalità culturali e di promozione del confronto fra discipline scientifiche che assumono la centralità del valore dei beni patrimoniali locali nei processi di trasformazione finalizzati al benessere sociale e alla felicità pubblica, all’integrità dei sistemi di sostegno della vita sul nostro pianeta, sviluppando conoscenza e responsabilità sociale nei confronti del territorio come bene comune. L’associazione sviluppa i principi contenuti nel Manifesto fondativo. A tal fine l’associazione intende:

a) sviluppare il dibattito scientifico per la fondazione di un corpus unitario, multisciplinare e interdisciplinare delle arti e delle scienze del territorio di indirizzo territorialista, che sia in grado di affrontare in modo relazionale e integrato la conoscenza e la trasformazione del territorio;

b) promuovere strutture, associazioni, centri di ricerca autonomi di carattere culturale e scientifico indirizzati allo sviluppo di progetti territoriali improntati alla autosostenibilità;

c) promuovere la cultura territorialista nella didattica e nella ricerca universitaria, indirizzando il dibattito e promuovendo la formazione di scuole, dipartimenti, dottorati, centri di ricerca, corsi di laurea improntati alla multidisciplinarietà, alla interdisciplinarietà, alla ricomposizione dei saperi nelle scienze del territorio;

d) promuovere indirizzi per le politiche, piani, progetti e strumenti di governo del territorio che valorizzino la cittadinanza attiva verso modelli societari auto-sostenibili;

e) promuovere progetti di ricerca sperimentali multi-.transdisciplinari in rapporto a enti

internazionali, nazionali, regionali; promuovere su temi di interesse generale proposte di legge, manifesti culturali, rapporti, ecc;

f) elaborare e fornire strumenti scientifici, culturali e tecnici alla progettualità sociale che

promuove il territorio e i suoi valori patrimoniali, materiali e immateriali, come beni comuni e che sperimenta forme innovative della loro gestione;

g) promuovere reti internazionali con associazioni, centri di ricerca, istituti universitari che si muovano in orizzonti culturali simili;

h) promuovere un congresso annuale, dotarsi di una rivista con relazioni e referee internazionali.

Art. 3 L’associazione potrà dare la sua collaborazione ad altri enti per lo sviluppo di iniziative che si inquadrino nei suoi fini. Essa dovrà tuttavia mantenere sempre la più completa autonomia nei confronti degli organi di governo, dell’Università, delle aziende pubbliche e private e degli enti pubblici territoriali.

Art. 3 bis L’Associazione, in relazione agli obiettivi statutari di cui sopra all’articolo 2 e in coerenza con l’articolo 10 del D.Lg.460/1997, intende svolgere attività a carattere teorico e di azione sociale nei campi della formazione (campo 5), della promozione e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico (campo 7), della tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente (campo 8), della promozione della cultura e dell’arte (campo 9), della ricerca scientifica di particolare interesse sociale (campo 11). A partire da queste attività si occupa di favorire l’occupazione giovanile nella neo-agricoltura, in particolare attraverso la valorizzazione delle piccole imprese a carattere sociale nell’ambito della promozione dello sviluppo locale in particolare nei processi di ripopolamento rurale attraverso la promozione di parchi agricoli e di filiere alimentari locali. Inoltre si includono le clausole statutarie obbligatorie per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale:

a) l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale;

b) il divieto di svolgere attività diverse da quella istituzionale prevalente ad eccezione di quelle direttamente connesse;

c) divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili e avanzi di gestione nonche’ fondi, riserve o capitale durante la vita dell’organizzazione, a meno che la destinazione o la distribuzione non siano imposte per legge o siano effettuate a favore di altre ONLUS che per legge, statuto o regolamento fanno parte della medesima ed unitaria struttura;

d) l’obbligo di impiegare gli utili o gli avanzi di gestione per la realizzazione delle attivita’ istituzionali e di quelle ad esse direttamente connesse;

e) l’obbligo di devolvere il patrimonio dell’organizzazione, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altre organizzazioni non lucrative di utilita’ sociale o a fini di pubblica utilita’, sentito l’organismo di controllo di cui all’articolo 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, salvo diversa destinazione imposta dalla legge;

f) l’obbligo di redigere il bilancio o rendiconto annuale;

g) disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalita’ associative volte a garantire l’effettivita’ del rapporto medesimo, escludendo espressamente la temporaneita’ della partecipazione alla vita associativa e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d’eta’ il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell’associazione;

h) l’uso, nella denominazione ed in qualsivoglia segno distintivo o comunicazione rivolta al pubblico, della locuzione “organizzazione non lucrativa di utilita’ sociale” o dell’acronimo “ONLUS”.

 

Titolo II

I soci

Art. 4 Sono membri dell’associazione le persone fisiche e le persone giuridiche che per la loro attività professionale, istituzionale, di ricerca, di insegnamento o di studio sono interessate all’attività dell’associazione stessa e la cui attività non confligge con le finalità dell’associazione. La verifica di ammissibilità dei soci è fatta dal Comitato Direttivo e sottoposta all’assemblea. I soci sono articolati in soci sostenitori, soci amici, soci ordinari e soci junior (persone al di sotto dei 35 anni di età).

Art. 5 I soci sono tenuti al pagamento di una quota annua (pena la decadenza dalla qualità di socio) il cui importo per ogni categoria è fissato annualmente dal Consiglio Direttivo dell’associazione. Le somme versate per le quote annuali di adesione all’associazione non sono rimborsabili in nessun caso e sono altresì intrasmissibili.

Art. 6. Il socio che intenda recedere dalla associazione deve darne comunicazione con lettera raccomandata 3 mesi prima dello scadere del periodo di tempo per il quale è associato.

 

Titolo III

Organi dell’associazione

Art. 7 Gli organi dell’associazione sono:

a) l’ Assemblea dei Soci

b) il Comitato Scientifico

c) il Consiglio Direttivo

d) il Presidente

e) la Struttura Tecnica

d) i Revisori dei Conti

 

Titolo IV

L’Assemblea dei Soci

Art. 8 L’Assemblea ordinaria  dei Soci, convocata una  volta l’anno su delibera del  Consiglio Direttivo non  meno di 20 giorni  prima di quello  fissato per l’adunanza, in località  da indicarsi nell’avviso di convocazione, per deliberare sul rendiconto finanziario, sullo stato patrimoniale, sul programma di attività annuale e relativo bilancio preventivo e su tutti gli altri argomenti di carattere generale iscritti all’ordine del giorno. La data è l’ordine del giorno dell’assemblea sono comunicati ai soci via e-mail. L’assemblea dei soci inoltre:

a) elegge ogni quattro anni il Presidente Onorario;

b) elegge ogni due anni il Consiglio Direttivo, il Presidente e il Collegio dei Revisori dei Conti;

c) approva il bilancio consuntivo e la relazione generale sull’attività svolta nell’esercizio precedente;

d) approva il programma generale, progetti specifici di attività e il bilancio preventivo per il nuovo esercizio;

e) delibera la sostituzione dei membri del Consiglio Direttivo che rendessero vacante la carica;

f) approva eventuali modifiche di Statuto o di Regolamento interno dell’associazione predisposto dal Consiglio Direttivo;

g) approva l’eventuale istituzione di sedi territoriali e commissioni tematiche di lavoro, stabilendo finalità e modalità di funzionamento; ratifica le adesioni dei soci alle sedi e alle commissioni e nomina per ciascuna un coordinatore responsabile che resta in carico fino al rinnovo della cariche sociali;

i) delibera sull’ammissione o decadenza di nuovi soci;

j) fissa le quote sociali previste dall’ Art. 5 del presente Statuto.

Art. 9 Hanno diritto di intervenire all’Assemblea tutti i soci che si trovino in regola col pagamento della quota di associazione. Ciascun socio potrà rappresentare uno o più altri soci purché munito di regolare delega scritta. Per la costituzione legale dell’assemblea e per la validità delle sue deliberazioni è necessario in prima convocazione la meta più uno degli iscritti; in seconda convocazione qualunque sia il numero dei presenti o rappresentanti; la data di questa sessione può essere fissata nello stesso avviso di convocazione della prima.

Art. 10 L’assemblea delibera a maggioranza di voti dei soci presenti o rappresentanti mediante regolare delega scritta rilasciata ad altro socio, purché non consigliere né revisore.

Art. 11 L’assemblea è presieduta dal Presidente e elegge tra i soci presenti un Segretario. Il Segretario provvede a redigere i verbali delle deliberazioni dell’assemblea. I verbali devono essere sottoscritti dal Presidente, dal Segretario e dagli scrutatori qualora vi siano votazioni.

Art. 12 Assemblee straordinarie possono essere convocate per deliberazione del Consiglio Direttivo, oppure per domanda di tanti soci che rappresentano non meno della decima parte degli iscritti. L’assemblea straordinaria può deliberare:

sullo scioglimento dell’associazione;

– sulle proposte di modifica dello Statuto associativo;

– su ogni argomento straordinario sottoposto alla sua approvazione dal Presidente, dal Consiglio Direttivo o da almeno il 25% dei suoi componenti;

Art. 13 Per la validità delle deliberazioni di cui al precedente comma, è necessaria la presenza, sia di prima che di seconda convocazione, di almeno la metà dei soci ed il consenso di tre quinti dei voti presenti o rappresentanti.

 

Titolo V

Il Comitato Scientifico

Art. 14 Il Comitato Scientifico è costituito dai membri del Comitato dei Garanti che hanno promosso l’associazione. Nuovi membri del Comitato Scientifico sono proposti dal Consiglio Direttivo all’assemblea sulla base dei seguenti criteri:

– essere autorevolmente rappresentativi, in campo scientifico e culturale di una delle discipline di pertinenza dell’associazione;

– presentare un curriculum scientifico coerente con gli scopi dell’associazione;

– fornire la disponibilità per il referaggio dei testi da pubblicare sulla rivista;

– fornire la disponibilità per l’organizzazione e il coordinamento di convegni, seminari,

commissioni di lavoro, testi collettanei;

– fornire contributi al sito web e alla rivista dell’associazione.

Art. 15 Il Comitato Scientifico, che comprende studiosi internazionali, non ha limiti di numero e include membri cooptati per chiara fama, anche se non iscritti all’associazione.

Art. 16 Il Comitato Scientifico può essere convocato in occasione dell’Assemblea dei Soci o delle riunioni del Consiglio Direttivo; esso viene consultato per questioni rilevanti dal punto di vista scientifico, per orientare le tematiche dei convegni e della rivista dell’associazione. Il Comitato Scientifico che ha una funzione eminentemente culturale, non ha ruoli deliberativi, nè operativi.

 

Titolo VI

Il Consiglio Direttivo

Art. 17 Il Consiglio Direttivo è nominato dall’assemblea ed è composto da un minimo di 8 membri oltre al Presidente. Per la prima volta la determinazione del numero dei membri e la loro nomina vengono effettuate nell’Atto Costitutivo. Il Consiglio Direttivo dura in carica due anni ed i suoi membri possono essere rieletti.

In caso di dimissioni di consiglieri prima della scadenza del mandato, il Consiglio Direttivo provvederà alla loro sostituzione per cooptazione. I consiglieri così nominati rimangono in carica sino alla successiva assemblea ordinaria. Qualora per qualsiasi motivo il numero dei consiglieri si riduca a meno di due terzi, l’intero Consiglio Direttivo è considerato decaduto e deve essere rinnovato.

Art. 18 Il Consiglio Direttivo è l’organo esecutivo delle deliberazioni dell’Assemblea e ha poteri di ordinaria e straordinaria gestione e amministrazione che non siano per legge o dal presente statuto riservati all’Assemblea. Il Consiglio si riunisce almeno una volta ogni quattro mesi su convocazione del Presidente o su domanda di almeno 3 membri. Le riunioni del Consiglio sono valide solo se sono presenti almeno 6 dei consiglieri. Le delibere sono prese a maggioranza semplice dei presenti.

Art. 19 Il Consiglio Direttivo:

a) provvede alla gestione ordinaria e straordinaria della Società in esecuzione delle deliberazioni dell’Assemblea Generale;

b) elabora il bilancio preventivo, il rendiconto finanziario e statuto patrimoniale, da presentare all’assemblea dei soci;

c) propone ed elabora progetti e programmi da sottoporre all’approvazione dell’assemblea stessa;

d) convoca l’Assemblea dei Soci e delibera sull’ammissione dei soci;

e) discute ed elabora il bilancio preventivo e consuntivo;

f) cura la gestione dell’associazione provvedendo a definire l’importo delle quote annue di associazione, alla riscossione dei contributi, a decidere sugli investimenti patrimoniali al pagamento delle obbligazioni contratte e alla riscossione dei crediti;

g) fornisce indirizzi per la gestione del sito web; della rivista internazionale e delle relazioni internazionali; le collaborazione con i terzi e le relative norme e modalità;

h) predispone l’eventuale Regolamento interno da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea Generale.

Art. 20 Il Consiglio Direttivo può nominare e avvalersi di una Struttura Tecnica, i cui componenti, gli eventuali compensi e le modalità di funzionamento sono individuati dal Consiglio Direttivo stesso e approvati dall’Assemblea.

Art. 21 La Struttura Tecnica svolge le funzioni di segreteria e amministrazione, predispone il bilancio di previsione ed il bilancio consuntivo delle attività dell’associazione, su indicazione del Consiglio Direttivo che lo trasmette all’Assemblea dei Soci per ratifica. La Struttura Tecnica comprende le funzioni di tesoreria.

Art. 22 Le deliberazioni del Consiglio Direttivo sono prese a maggioranza di voti dei consiglieri presenti. In caso di parità di voti prevale quello del Presidente. Le deliberazioni del Consiglio sono valide se alla riunione prende almeno un quarto dei consiglieri.

 

Titolo VII

Il Presidente

Art. 23 II Presidente sovraintende all’attività dell’associazione e in tale qualità:

a) rappresenta l’associazione in tutti gli atti civili e giudiziari e nei rapporti tanto con i soci quanto con terzi e con le autorità;

b) convoca e presiede il Consiglio Direttivo e l’Assemblea dei Soci, formula l’ordine del giorno per le sedute di entrambi;

d) stipula accordi, contratti, programmi di ricerca con enti pubblici e privati; e firma gli atti dell’associazione;

e) propone al Consiglio Direttivo la nomina la Struttura Tecnica con funzioni di esecutività tecnica degli atti del Consiglio Direttivo stesso, dell’assemblea e di tesoreria;

f) ha facoltà di deliberare in caso di necessità o urgenza informandone il Consiglio Direttivo nella prima riunione successiva;

g) dispone quanto altro occorra per l’ordinario funzionamento dell’associazione.

Art. 24 Il Presidente viene eletto ogni due anni dall’Assemblea dei Soci a maggioranza assoluta dei presenti; contestualmente possono eletti anche uno o due Vice-Presidenti che lo sostituiscono in caso di sua assenza od impedimento.

Art. 25 Chi per più di un mandato abbia svolto le funzioni di Presidente può essere nominato dall’Assemblea generale dei Soci Presidente Onorario, con diritto di prendere parte alle sedute del Consiglio Direttivo senza voto deliberativo.

 

Titolo VIII

Revisori dei Conti

Art. 26. Il Collegio dei Revisori dei Conti è costituito da tre membri effettivi e due membri supplenti eletti dall’Assemblea, che restano in carica due anni e non possono essere rieletti più di una volta. Il Collegio elegge al suo interno il Presidente. Il Collegio vigila sulla gestione economica e finanziaria della Società e presenta all’Assemblea una relazione sui bilanci annuali. Ha facoltà di richiedere alla Struttura Tecnica con funzioni di tesoreria verifica delle scritture contabili e di cassa.

 

 

Titolo VIII

Patrimonio-esercizio sociale

Art. 27 Il patrimonio sociale è costituito dalle quote sociali, al netto delle spese sostenute per la gestione dell’associazione, dai beni e dalle attività dell’associazione, da eventuali donazioni, lasciti e contributi da accordi e contratti con enti pubblici o privati, la cui accettazione è subordinata a delibera favorevole del Consiglio Direttivo.

Art.28 L’esercizio sociale decorre dal I novembre al 31 ottobre di ogni anno.

Art. 29 La durata della Società dei Territorialisti e delle Territorialiste è illimitata.

Il suo scioglimento può essere effettuato dietro deliberazione dell’assemblea secondo le modalità definite dall’art.13. In caso di scioglimento dell’associazione, per qualunque causa avvenuto, il patrimonio è devoluto ad altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale o ai fini di pubblica utilità, sentito l’organismo di controllo di cui all’art. 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, (istituito con D.P.C.M. del 26 settembre 2000 nella G.U. n. 229 del 30 settembre 2000), salvo diversa destinazione imposta dalla legge.

Art. 30 Mediante apposito Regolamento sono fissate le modalità generali di funzionamento dell’associazione nelle sue varie attività, nonché quelle per l’assunzione e lo stato giuridico ed economico del personale occorrente per le sue esigenze. Per quanto non previsto dal Regolamento spetta al Consiglio Direttivo prendere di volta in volta le necessarie deliberazioni.

Art. 31 Qualora si intenda modificare lo Statuto, in tutto o in parte, il Presidente della Società sottopone le necessarie proposte ad una Assemblea Generale straordinaria dei Soci previa deliberazione del Consiglio Direttivo. Per l’approvazione occorre il voto dei due terzi dei Soci presenti di persona o per delega all’Assemblea stessa.

Art. 32 L’Associazione ha un proprio logo che, riprodotto nel foglio allegato 1, fa parte integrante del presente Statuto, costituisce segno distintivo dell’associazione medesima e verrà utilizzato in ogni attività e/o pubblicazione attinente alla vita sociale.

Art. 33 Per tutto quanto non previsto espressamente dal presente Statuto si rimanda alla normativa vigente in materia.

dicembre 15th, 2014|Appelli|

Un appello al Presidente e ai consiglieri della Regione Puglia per la difesa dei piccoli comuni

Appello al Presidente
e ai Consiglieri della Regione Puglia
in merito alla proposta di disegno di legge regionale:
«Disciplina
dell’esercizio associato di funzioni e servizi comunali.
Norme in materia di riordino territoriale dei comuni: fusioni, unioni, convenzioni, consorzi»1

La proposta di disegno di Legge Regionale, avanzata recentemente dal gruppo consiliare del Partito Democratico, disciplina l‟esercizio associato di funzioni e servizi comunali, detta norme in materia di riordino territoriale e prevede incentivi finanziari preferenziali per le Fusioni rispetto alle Unioni, alle Convenzioni e ai Consorzi di Comuni (art. 10, Capo IV – “Incentivazioni per le gestioni associate”).

Questo privilegiamento delle fusioni sembra prescindere da una preventiva valutazione degli effetti che esso può determinare a livello territoriale, socio-economico e ambientale. Esso non assegna la dovuta importanza al ruolo storico che il Comune ha svolto e svolge rispetto alle peculiarità della storia e della civiltà italiana e nel rapporto di identificazione delle popolazioni con il proprio territorio. Il privilegiamento delle fusioni, inoltre, rischia di compromettere profondamente la funzione irrinunciabile del Comune come struttura fondativa del senso civico e della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

I Comuni non possono essere assimilati a semplici aziende erogatrici di servizi. Essi hanno anche altri e più importanti compiti, come quello di mantenere viva, attraverso le generazioni, la loro carica simbolica e identificativa per gli abitanti e le loro comunità.
La rete diffusa e policentrica dei Comuni italiani, che caratterizza marcatamente lo stesso territorio pugliese, non
può essere considerata un‟eredità obsoleta e inutile che un‟astratta spending review può smantellare in funzione delle necessità contabili del momento, generate da enormi sprechi di cui soprattutto i piccoli comuni non sono certo imputabili in misura maggiore di ben più disinvolti centri di spesa dello Stato.

La scelta di incoraggiare in particolare i piccoli comuni pugliesi alle fusioni appare, perciò, inaccettabile specie se si considera che la nostra Regione, con la recente adozione del suo Piano Territoriale e Paesaggistico, ha compiuto un passo importantissimo e inequivocabile verso la valorizzazione della molteplicità ricca e complessa di identità e differenze culturali, storiche, ambientali, sociali ed economiche che segnano i luoghi e i territori pugliesi.

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Come aderenti pugliesi e lucani alla Società dei Territorialisti e delle Territorialiste riteniamo perciò che i Comuni pugliesi, e quelli più piccoli in particolare, non debbano essere „smantellati‟ ma protetti come luoghi in cui la coesione sociale mantiene ancora forme vive di resistenza, che rappresentano ambiti strategici per la rigenerazione degli equilibri geografici, sociali, ecologici ed economici della nostra regione e del nostro paese. Per questi motivi pensiamo, piuttosto, sia necessario rafforzare la capacità dei municipi di sviluppare forme intercomunali di esercizio delle funzioni amministrative e di erogazione dei servizi, innanzitutto secondo principi „federativi‟ di sussidiarietà, efficienza e collaborazione policentrica e paritaria.

Crediamo, dunque, che le scelte della Regione Puglia debbano privilegiare soprattutto le Unioni dei Comuni, quali forme di cooperazione intercomunale che, opportunamente dotate di progetti di valorizzazione auto-sostenibile e durevole dei patrimoni locali, possono costituire validi strumenti di difesa dei territori dalla crisi economica, politica ed ecologica della nostra società.

Riteniamo doveroso, infine, che ogni decisione istituzionale in merito venga sottoposta a consultazione referendaria dei cittadini interessati.

Pertanto, ci uniamo agli studiosi che, come Comitato scientifico della Società dei territorialisti e delle territorialiste2, nel 2013 hanno rivolto al governo italiano un “Appello per la salvaguardia dell‟autonomia comunale e del ruolo dei piccoli comuni italiani”3, di cui riportiamo di seguito la parte più significativa.

«Soprattutto in una fase storica come quella che stiamo vivendo, caratterizzata dal progressivo allontanamento delle scelte dai luoghi di vita e dalla prevalenza dei poteri economico-finanziari sulle modalità democratiche di governo, i Comuni, intesi come comunità reali degli abitanti e dei patrimoni territoriali che costituiscono i beni comuni (e non come mera appendice amministrativa di partiti e poteri economico-finanziari, come sovente avviene), devono essere considerati struttura di base dello Stato, ossatura viva della democrazia. (…)

Per questo (…) chiediamo al sistema politico nel suo insieme di prendere coscienza del patrimonio territoriale, sociale, culturale ed economico costituito dai Comuni; quindi di abbandonare definitivamente l‟infelice ipotesi di scioglimento/accorpamento dei piccoli Comuni;

chiediamo ai sindaci di non divenire esecutori passivi di leggi razionalizzatrici e dirigiste, ma di essere fino in fondo interpreti delle loro comunità, dei sentimenti e dei bisogni dei territori locali;
chiediamo ai presidenti delle Regioni di interrompere gli eventuali processi di fusione in corso e in alternativa di promuovere e incentivare forme di collaborazione e di associazione intercomunale
quali convenzioni, unioni, consorzi, ecc. senza ledere il principio dell‟autonomia comunale, applicando integralmente il principio di sussidiarietà esalvaguardando i piccoli comuni come patrimonio democratico, ambientale ed economico nell‟orizzonte della crisi globale che ci attanaglia».

 

Data, 16 maggio 2014

Daniele Errico (agronomo), Bruno Vaglio (agronomo), Aldo Summa (architetto), Francesco Baratti (architetto), Ottavio Marzocca(docente universitario – Università degli Studi di Bari), Maria Mininni (docente universitario Università della Basilicata),Emmanuele Curti (docente universitario – Università della Basilicata), Serena Quarta (assegnista di ricerca – Università del Salento), Nicola Martinelli (docente universitario Politecnico Bari), Enrico Mastropierro (filosofo), Sergio Bisciglia (docente universitario – Politecnico di Bari), Giuseppe Carlone (docente), Massimiliano Di Modugno (filosofo), Eugenio Lombardi(coordinatore Ecomuseo Urbano del Nord Barese)


1 Si fa riferimento alla proposta di legge regionale aggiornata al 13 febbraio 2014, che riporta come primi firmatari il consigliere regionale S. Blasi (Segretario regionale PD) e A. Decaro (ex consigliere regionale e Capogruppo PD, ora Deputato PD).

2 Tra i firmatari, per il Comitato scientifico della Società dei Territorialisti, risultano: Paolo Baldeschi Urbanista, Università di Firenze, Angela Barbanente Urbanista, Università di Bari, Piero Bevilacqua Storico, Università di Roma 1 La Sapienza, Luisa Bonesio Filosofa, Università di Pavia, Paola Bonora Geografa, Università di Bologna, Lucia Carle Antropologa, Università di Firenze EHESS Parigi, Giorgio Ferraresi Urbanista, Politecnico di Milano, Roberto Gambino Urbanista, Politecnico di Torino, Alberto Magnaghi Urbanista, Università di Firenze, Ezio Manzini Designer, Politecnico di Milano, Ottavio Marzocca Filosofo, Università di Bari, Luca Mercalli Presidente della Società Metereologica Italiana, Massimo Morisi Scienza dell’amministrazione, Università di Firenze, Giancarlo Paba Urbanista, Università di Firenze, Rossano Pazzagli Storico, Università del Molise, Massimo Quaini Geografo, Università di Genova, Gianni ScudoTecnologia dell’Architettura,Politecnico di Milano, Saverio Russo Storico, direttore del Dipartimento Scienze Umane – Università di Foggia, Giuliano Volpe Archeologo, Rettore dell’Università di Foggia.

3 http://www.societadeiterritorialisti.it/_ <<Ripartire dal Territorio. Appello per la salvaguardia dell’autonomia comunale e del ruolo dei piccoli comuni italiani>> (2013).

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Per ulteriori adesioni inviare una email al seguente indirizzo: info@studioeko.com

maggio 19th, 2014|Appelli|

Manifesto

Il Comitato dei Garanti ha elaborato un “Manifesto della Società dei Territorialisti”

La versione definitiva dal link qui sotto:

21 febbraio 2011, scarica la stesura definitiva del Manifesto della Società dei Territorialisti


The Board of Trustees has developed a “Manifesto of the Territorialists’ Society”

Download the file from the link below:

February 21, 2011, english version of the “Manifesto of the Territorialist’s Society”


Février 2011, télécharger la version française du Manifeste, “Ébauche de manifeste pour la société des territorialistes”, traduction par Agnès Berland-Berthon (Bordeaux) avec la contribution d’Aurore Navarro, Lucile Garçon (Lyon)

 


 

Descargue la versión en español del manifiesto de la Sociedad de territorialistas (traducido del italiano por Fiorella Russo (UGR), , verificado por Alberto Matarán Ruiz (UGR)


maggio 15th, 2013|Appelli|

Presentazione e Programma Convegno annuale 17-18 Maggio 2013, Milano

Ritorno alla terra

per la sovranità alimentare e il territorio bene comune


I° Convegno annuale della Società dei Territorialisti/e Milano 17–18 maggio 2013

 

L’impostazione del convegno

Il Convegno è il primo dei previsti convegni annuali della Società dei Territorialisti/e connessi alle tematiche dei numeri iniziali della rivista della SdT ed assume come tema quello del n.1 della rivista: “il ritorno alla terra”.

Il convegno tratta del riemergere dell’attività primaria, della neoruralità, come questione territoriale di nuovo centrale nella storia nel tardo urbanesimo post-fordista e post- metropolitano anche approfondendo gli elementi emersi dalla ricerca PRIN “Il progetto del territorio” e strutturandosi secondo l’indice dei temi del primo numero della rivista della Società dei Territorialisti: visioni, pratiche sociali, percorsi scientifici nei vari quadri territoriali.

Il convegno quindi propone un approccio generale e articolato che impegna coralmente la società territorialista e le sue interlocuzioni nelle differenti aree di presenza.

La struttura organizzativa del convegno

– La prima giornata (venerdì, presso la Cascina Caremma di Besate) è dedicata per intero alle esperienze di neoagricoltura e ai processi in campo: a) nel territorio che ci ospita: un dialogo con i produttori e altri attori nelle cascine del parco agricolo Sud Milano e dintorni;

b) nelle altre esperienze territoriali in Italia, presentando poster e materiali proposti dal nostro osservatorio e dalle diverse sedi SdT; e discutendo con autori di testi e ricerche su queste esperienze contadine.

– La seconda giornata (sabato, presso il Palazzo Reale a Milano) dedicata alle tematiche generali rappresentate dalle “sezioni” della rivista che si riprendono come “sessioni” del discorso del convegno. Si parte dalle “visioni”. Inoltre si ospita nella prima parte di questa giornata anche la trattazione del caso milanese (quadro di temi e di processi /progetti) come appunto una dimensione critica della tematica generale, accompagnata ai contributi degli altri contesti italiani (dalla sezione “Sullo sfondo”).

La giornata lascia poi spazio nel pomeriggio alla discussione di nodi rilevanti degli studi sulle “Scienze del territorio” e dei progetti territoriali sul tema del convegno.

Il Convegno sarà anche correlato con la tematica e le iniziative di EXPO 2015 che si svolgono in quel periodo; e comunque con gli interlocutori istituzionali questo tema e le alternative alla sua impostazione saranno trattati.

Si prevede che i contributi possano trovare un’occasione di diffusione e pubblicazione tramite il sito ed eventualmente attraverso la rivista della Società dei Territorialisti/e.

 

SCARICA IL PROGRAMMA COMPLETO

scarica qui l’elenco provvisorio dei poster

 


aprile 9th, 2013|Appelli|

Comunicazioni e Verbali

Comunicazioni

Scarica Nota per lo sviluppo delle attività  della SdT – 4 Febbraio 2012

“A conclusione della mia relazione introduttiva al Congresso del 1 dicembre 2011, ho enunciato tre livelli dell’azione della Società: ricomporre i saperi della arti e scienze del territorio in un corpus disciplinare integrato; indirizzare questi nuovi saperi a piani, progetti e politiche che perseguano la felicità pubblica, attraverso una visione integrata del territorio come bene comune; promuovere processi e istituti formativi e di ricerca  atti a trasformare il mercato della ricerca e delle professioni con nuovi soggetti culturali. In questa nota provo ad avanzare alcune ipotesi per avviare su questi diversi livelli l’attività concreta della Società”, Alberto Magnaghi, presidente della SdT.

Verbali

Verbale della riunione del Consiglio direttivo e del Comitato scientifico della SdT tenuta a Bologna il 15 giugno 2012

Scarica il verbale (a cura di Francesca Rispoli e Alberto Magnaghi)

 


Scarica il verbale della riunione del Consiglio Direttivo che si è svolto a Bologna il 20 Febbraio 2012

 


Ecco il verbale della riunione del Comitato dei Garanti e dei responsabili delle diverse commissioni, operative e tematiche, tenutasi a Bologna il 17 Ottobre 2011:

scarica il verbale (a cura di Massimo Carta e Alberto Magnaghi)

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco il verbale dell’Assemblea Ordinaria dei Soci, tenutasi a Bologna il 14 Dicembre 2012:

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli e Alberto Magnaghi)

 

Verbale della prima riunione del nodo toscano SdT, svoltasi a Firenze il 19 Aprile 2013

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli e Alberto Magnaghi)

 

Verbale della riunione SdT, svoltasi a Bologna il 23 Settembre 2013

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli e Alberto Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Roma il 18 Gennaio 2014

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli. Revisione di A. Budoni e A. Magnaghi)

 

Verbale della riunione del Consiglio Direttivo del 2 Luglio 2014, svoltasi a Firenze

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli. Revisione di A. Budoni e A. Magnaghi)

 

Verbale della riunione del Grappolo Storia del territorio e archeologia globale, svoltasi a Firenze il 18 Dicembre 2014 – mattina

scarica qui il verbale (a cura di A. Mengozzi e A. Magnaghi)

 

Verbale della riunione del Comitato Scientifico, Consiglio Direttivo e Caporedattori, svoltasi a Firenze il 18 Dicembre 2014 – pomeriggio

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli. Revisione di A. Budoni e A. Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Firenze il 13 Marzo 2015

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli. Revisione di A. Budoni e A. Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Firenze il 5 Febbraio 2016

scarica qui il verbale (a cura di Elisa Butelli. Revisione di A. Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Firenze il 27 Gennaio 2017

scarica qui il verbale (a cura di Monica Bolognesi e Elisa Butelli. Revisione di A. Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Firenze il 5 Febbraio 2018

scarica qui il verbale (a cura di  Elisa Butelli e A. Magnaghi. Revisione di A. Magnaghi)

 

Verbale dell’Assemblea ordinaria dei Soci, svoltasi a Firenze il 23 Marzo 2019

scarica qui il verbale (a cura di  Elisa Butelli e A. Magnaghi. Revisione di A. Magnaghi)

febbraio 5th, 2012|Appelli|