Appelli

Vendita dei beni immobiliari pubblici: la Regione Toscana inverta la rotta – Appello del Nodo toscano SDT

Capisaldi sociali e territoriali, garanzia di inclusività e di crescita civile, i beni pubblici presiedono al disegno democratico di redistribuzione delle risorse, e il loro mantenimento in proprietà contrasta i progetti neoliberisti di trasferimento dei beni di molti nelle mani di pochi. Queste ragioni dovrebbero indurre la Regione Toscana a conservare la proprietà del patrimonio edilizio di sua competenza, a non perseguire politiche di stampo economicista nella loro gestione. E a ritirare quindi la delibera che pone in vendita molti edifici di proprietà regionale.

La Società dei Territorialisti/e è dalla parte di chi intende mantenere pubblica la proprietà del patrimonio edilizio e fondiario della nazione, la cui stessa esistenza favorisce i processi di ri-territorializzazione, sia nel territorio aperto che entro il tessuto urbano. Aree ed edifici che Regione, Comuni e Città metropolitana hanno messo all’incanto si sono infatti dimostrati luoghi di enormi potenzialità, in cui si inverano pratiche dal “basso”, esperienze di “costruzione di territorio”, sperimentazioni di nuove forme di autogoverno e di gestione collettiva del bene comune.

Nei centri storici desertificati e nelle periferie contemporanee, l’esistenza di aree di proprietà pubblica – il più delle volte di notevole valore storico-artistico – garantisce l’occasione per l’innesco degli auspicabili processi di rigenerazione urbana e sociale: il recupero di edifici o di terreni abbandonati al degrado, la loro fruizione collettiva e le nuove pratiche di welfare dal basso che possono scaturire dal riutilizzo di spazi pubblici vuoti o in dismissione, costituiscono una non trascurabile occasione di creazione di nuovi posti di lavoro in autogestione e di pratiche di autocostruzione finalizzate alla residenza per le fasce sociali più deboli.

Nelle campagne, proprietà e terreni pubblici contribuiscono a favorire l’occupazione giovanile nella neo-agricoltura autosostenibile, e, attraverso la promozione di parchi agricoli e di filiere alimentari locali, a innescare processi di ripopolamento rurale. Nello scenario attuale delle pratiche di riappropriazione di spazi pubblici condannati alla vendita, il caso della Fattoria di Mondeggi – di proprietà della Provincia – è paradigmatico e dovrebbe fungere da esempio per riconfigurare nuove politiche di gestione dei beni statali, regionali, comunali e pubblici in genere.

A fronte della mercificazione che investe città e territori, la Regione Toscana inverta la rotta e avvii un corso politico che impedisca l’introduzione dei beni comuni nel Mercato e che anzi valorizzi l’inveramento di pratiche dal “basso”, esperienze di “costruzione di territorio”, e sperimentazioni di nuove forme di autogoverno e di gestione collettiva del bene comune.

febbraio 24th, 2016|Appelli|

Riforma MIBACT, un appello per il paesaggio

Società dei territorialisti/e Onlus – SdT

Riforma MIBACT, un appello per il paesaggio

 

Da diversi giorni l’ennesima riforma in corso presso il Mibact, prevista da una norma che autorizza il Ministro “alla riorganizzazione, anche mediante soppressione, fusione o accorpamento, degli uffici dirigenziali, anche di livello generale, del ministero”, sta alimentando un acceso dibattito.

Il dibattito ha assunto toni particolarmente polemici in relazione al previsto accorpamento delle Soprintendenze Archeologiche in un’unica Soprintendenza insieme alle Belle Arti e Paesaggio (con una corrispondente fusione delle due diverse Direzioni Generali attualmente presenti presso il Mibact).

I critici della riforma sostengono che questo continuo “fare e rifare” le strutture comporta necessariamente il disfarsi della tutela, e che di contro all’accorpamento degli uffici deputati alla tutela vi è un moltiplicarsi delle strutture speciali (come i grandi musei), delle altre Direzioni generali, e dei Sottosegretari.

Fra i sostenitori della riforma c’è chi, pur riconoscendo i problemi operativi che questa ennesima riforma pone (e che noi stessi riteniamo stiano mettendo in seria difficoltà, perlomeno in questa fase transitoria, l’esercizio delle funzioni di tutela che venivano finora esercitate), risponde alle critiche sostenendo che solo con un approccio globale e integrato, realmente multi- e interdisciplinare, è possibile affrontare la complessità di un territorio. Fra questi Giuliano Volpe, archeologo, attuale Presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, che ha citato esplicitamente l’importanza di un approccio “territorialista” nella tutela del territorio. Il paesaggio, a questo riguardo, costituirebbe l’elemento unificante e assumerebbe un ruolo centrale nella riforma.

Come membri della Società dei territorialisti sentiamo pertanto la necessità di esprimerci nel merito di questa polemica.

Condividiamo l’auspicio appena richiamato: certamente la prospettiva di avere al centro il paesaggio sarebbe davvero innovativa e interessante. In tale prospettiva avere un unico interlocutore che rappresenta i diversi istituti della tutela dei beni culturali e paesaggistici (che riguardano una parte del territorio regionale interessato dai piani paesaggistici) costituirebbe un passo avanti significativo nella direzione, auspicata dalla Società dei territorialisti, di considerare in modo integrato i diversi aspetti che riguardano il territorio e quindi il paesaggio.

In questa direzione c’è ancora molto da fare e la Sdt non si tirerà certamente indietro nel dare il proprio contributo all’attuazione di un approccio concretamente territorialista.

Esiste tuttavia un problema più generale che rischia di rendere l’affermazione condivisibile soltanto a livello teorico: il carattere estremamente marginale, nel nostro paese, delle politiche per il paesaggio, nonostante l’Italia abbia promosso e sottoscritto la Convenzione europea del paesaggio e sia dotata di un importante Codice dei beni culturali e del paesaggio, strumenti che insieme, negli ultimi dieci anni, hanno prodotto notevoli impegni e innovazioni nella elaborazione dei piani paesaggistici regionali. Anche il finora modesto impegno del Mibact nella promozione di una rete di osservatori (regionali e locali) diffusa su tutto il territorio, come richiesto dalla Convenzione europea e essenziale al buon funzionamento dell’Osservatorio nazionale, è un sintomo preoccupante della scarsa attenzione istituzionale in materia di paesaggio.

Come si esplicano infatti, di fatto e di diritto le competenze relative al governo del paesaggio? Quali sono davvero le politiche per il paesaggio messe in atto dal Mibact e dai suoi organi periferici, ovvero dalle Soprintendenze? Si può davvero sostenere che “il paesaggio assume un ruolo centrale”, e che dunque la riforma in atto rappresenti un passo avanti?

Fra le criticità di rilievo citiamo il fatto che le Soprintendenze esprimono, come noto, pareri relativi alle sole trasformazioni che insistono nelle aree assoggettate a vincolo paesaggistico (pareri che peraltro, in molti casi, non hanno evitato trasformazioni negative dei paesaggi), e che le Regioni, cui è affidata la redazione e l’attuazione dei piani paesaggistici, si apprestano a perdere, con la riforma del titolo V della Costituzione che attende il solo referendum confermativo, la competenza in materia di governo del territorio.

Per quanto riguarda i pareri delle Soprintendenze, anche laddove tali pareri siano riferiti non tanto a singoli immobili vincolati, bensì ad aree formalmente riconosciute (spesso in modo frammentario e casuale) come beni paesaggistici, l’approccio largamente prevalente è quello riconducibile alla trattazione di singoli beni di valore più o meno rilevante, indipendentemente dal  contesto territoriale, qualificato da molteplici relazioni che dovrebbero essere tenute in conto complessivamente per una efficace azione di tutela. A questi limiti si aggiunge il fatto che la formazione disciplinare dei sovrintendenti, finora settoriale, non costituisce certamente la garanzia di un approccio integrato ai problemi del territorio che metta al centro il paesaggio e ne riequilibri e potenzi la cognizione rispetto alle singole categorie di beni.

Nelle prime esperienze di Piani paesaggistici redatti secondo il Codice, il contesto territoriale ha avuto invece rilevanza centrale, non solo nel definire le regole di trasformazione del territorio regionale secondo obiettivi di qualità paesaggistica, ma anche nell’indirizzare in modo innovativo e integrato il quadro interpretativo e normativo dei beni vincolati. Inoltre mettendo al centro il patrimonio paesaggistico nella sua accezione di contesto integrato e riferito ai “mondi di vita delle popolazioni” (Convenzione europea del paesaggio) il concetto di valorizzazione del patrimonio non può essere ridotto alla sua componente mercantile, essendo riferito all’elevamento della qualità della vita sul territorio delle popolazioni. L’attuazione dei (pochissimi) piani paesaggistici approvati, non essendo sostenuta da alcuna politica proattiva in materia di paesaggio, rischia tuttavia di non produrre l’innovazione auspicata.

Al di là poi dei piani paesaggistici, nel caso di grandi opere di competenza statale, gli aspetti paesaggistici non sono affatto considerati nella formazione delle decisioni, ma soltanto nelle conferenze dei servizi finali, quando il Mibact può dire soltanto sì o no, ed esclusivamente in base alla presenza o meno di vincoli.

Dato questo stato frammentario e marginale dell’attenzione istituzionale rivolta al paesaggio, e in assenza di concrete e innovative azioni per il paesaggio promosse con convinzione dal Mibact e sostenute dalla Presidenza del Consiglio, la riforma che unifica le Soprintendenze non ci sembra essere in grado di superare significativamente l’attuale approccio orientato alla tutela dei singoli beni, con il rischio di indebolire le competenze riferite a ciascuna categoria di beni (architettonici, archeologici, paesaggistici ecc.), che non saranno più rappresentate da un dirigente, bensì nella migliore delle ipotesi da un funzionario cui sarà attribuita una “posizione organizzativa”.

Come Società dei territorialisti auspichiamo di poter cambiare idea, ma potremo farlo soltanto alla luce di effettive prospettive di concrete politiche che mettano davvero “il paesaggio al centro”.

 

Per il Comitato Scientifico della Società dei Territorialisti:

 

Paolo Baldeschi

Angela Barbanente

Piero Bevilacqua

Luisa Bonesio

Paola Bonora

Gianluca Brunori

Roberto Camagni

Franco Cambi

Lucia Carle

Pierluigi Cervellati

Giuseppe Dematteis

Claudio Greppi

Alberto Magnaghi

Angelo Marino

Anna Marson

Ottavio Marzocca

Raffaele Paloscia

Massimo Quaini

Saverio Russo

Enzo Scandurra

 

 

Firenze, 21 febbraio 2016

 

 

febbraio 22nd, 2016|Appelli|

Appello della SDT per il parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli

Il Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli diventi un laboratorio per il territorio

Appello della Società dei Territorialisti/e

Il Parco regionale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, nato negli anni ’70 grazie a un’ampia partecipazione popolare e all’interesse di intellettuali di prestigio come Antonio Cederna,  ha rappresentato una bella pagina nella storia della protezione della natura in Italia: l’area è stata sottratta alla speculazione edilizia e sono stati preservati paesaggi, ecosistemi, testimonianze storiche  e biodiversità. Nell’area del parco si giustappongono ambienti naturali notevolmente diversi: due bacini fluviali (Arno e Serchio), la spiaggia e il sistema delle dune, le “lame” retrodunali e i boschi planiziali. Le moderne opere di bonifica, la vicina città, l’agricoltura e un turismo ormai “storico”, connotano antropicamente il Parco. Inoltre nella stratificazione storica  del parco sono visibili i segni “paesaggistici” di diverse civilizzazioni che ne fanno una natura decisamente trasformata: quella rinascimentale, lorenese, piemontese, repubblicana, con una tradizione di parco produttivo, ad esempio nella coltivazione della pineta e nell’allevamento, che ne fa un “parco agricolo” antelitteram.

Il piano per l’Ente parco redatto negli anni Novanta da Pier Luigi Cervellati e Giovanni Maffei Cardellini è stato uno strumento esemplare di conservazione e riproduzione delle qualità territoriali storiche. L’attuale fase di rinnovo degli organi di gestione del Parco (Presidente e Consiglio) prevede l’elaborazione di un nuovo Piano, che dovrà conformarsi alle indicazioni normative, agli obiettivi di qualità e alle regole di trasformazione previste nel nuovo Piano paesaggistico (PIT) approvato dalla Regione nel 2014.

Il Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli è il luogo ideale per sperimentare nuove forme di governo del territorio, che accolgano al tempo stesso le sfide della conservazione dei paesaggi “storici” che lo caratterizzano ( e non di una generica rinaturazione)  e della promozione di un’agricoltura e di un’economia autosostenibili, turismo compreso.

La Società dei territorialisti invita quindi la Regione Toscana a fare di quest’area protetta un grande laboratorio, utile a tutta la Toscana. Occorre perciò lanciare una nuova ottica di gestione, uscendo da quella che attualmente mette il Parco in condizioni di estrema difficoltà, a partire dalla necessità di attirare risorse economiche per mantenersi in vita.

Ecco perché ci sembra fondamentale che la Regione ponga estrema attenzione nell’individuare persone di grande competenza, indipendenti e capaci di mettersi in relazione con le forze positive del territorio, con l’ambizione di sviluppare visioni di lungo periodo per la tutela dell’ambiente e lo sviluppo socio-economico dell’area, al di fuori delle logiche dell’appartenenza politica e secondo criteri trasparenti.

Rilanciare il Parco regionale, salvaguardando la sua funzione storica e sviluppando il ruolo di laboratorio di governance territoriale, è una sfida di estremo interesse per arginare il rischio di degrado territoriale e favorire condizioni di coerente sostenibilità ambientale, sociale ed economica.


febbraio 17th, 2016|Appelli|

APPELLO PER LE CITTA’ E PER I TERRITORI DI ACCOGLIENZA

Le città sono storicamente i luoghi della convivenza umana, quali che siano le diverse forme di questa convivenza. Sono luoghi di socializzazione, di incontro, di scambio, di riconoscimento dell’altro, di innovazione. In esse la convivenza non è necessariamente pacifica, ma da sempre in essi si materializzano le relazioni tra differenti culture e le opportunità di un’accoglienza dell’altro. Tuttavia il motto: l’aria della città rende liberi si è prolungato ben oltre l’epoca in cui gli schiavi sottoposti al lavoro nei campi potevano diventare realmente liberi se avessero trovato lavoro in città. Perché la città è stata sempre il luogo delle opportunità, degli incontri, della cultura, dell’accoglienza. Oggi il paradigma dominante dell’economia neoliberista, basato sul mito dell’affermazione individuale, è prevalso anche nella politica della città, nella vita quotidiana della città; si è diffuso molecolarmente nelle relazioni tra gli individui. Così che la città da oikos e culla, grembo materno, rifugio, si è trasformata in un incubo, in un paesaggio darwiniano dove sopravvive solo “il più adatto”.

E le città europee sono sempre state luoghi nei quali le differenze specifiche non hanno mai dato vita a rigide politiche delle identità. L’aria delle città rendeva liberi anche perché le realtà comunali sono sempre state luoghi di incrocio tra identità diverse, laboratori di meticciato, a differenza degli Stati unitari che hanno spesso perseguito obiettivi identitari basati sul rapporto esclusione/inclusione. E dalle città europee sono partiti i movimenti culturali, le innovazioni politiche e scientifiche mentre le politiche basate sull’identità hanno mortificato le spinte innovative prodotte all’interno di esse.

Uno degli argomenti più a favore della globalizzazione è stato quello che con essa si abbattevano le barriere nazionali: nessuno più ostacolo alla libera circolazione delle merci e dei denari. E’ successo invece che gli stati nazionali, pur perdendo parte notevole della loro sovranità, stanno erigendo barriere fisiche contro i “nemici” che provengono dai paesi del sud del mondo per difendere l’opulenza conquistata attraverso il colonialismo predatorio. Così l’Europa rinnega, come molti autorevoli studiosi hanno fatto rilevare, la sua grande tradizione di luogo di incontro e di scambio, di culla originaria di una cultura e di una scienza alla base della civiltà moderna.

La vocazione dei territori e delle città non è quella di essere luoghi culturalmente autarchici e segregativi. Al contrario sui territori si intrecciano storie e nascono nuove identità perché essi sono gli esiti di una lunga coevoluzione tra cultura e natura, così come le città sono plurimondi di vita.

Noi appartenenti alla Società dei Territorialisti che coltiviamo l’idea di un territorio come intreccio di vita umana e natura, ci dichiariamo contrari a ogni costruzione di muri, contrari ai respingimenti umani, contrari all’uso di esso come luogo di discriminazione e separazione, contrari a ogni forma di difesa identitaria basata sul riconoscimento esclusivamente nazionale. Pensiamo che si debba ricordare il ruolo fondamentale delle città come luoghi dello stare insieme, della convivenza, della solidarietà.

E occorre ripensare i nostri territori e soprattutto le loro aree interne in via di spopolamento, come possibili contenitori destinatari di una rinascita che veda nel migrante uno dei protagonisti: luoghi da cui ripartire come momento dell’accoglienza, per porre le basi di legami non solo occasionali; trama e ordito di un tessuto sociale in cui si riconoscano e crescano le generazioni future.

Oggi che milioni di diseredati fuggono dai propri paesi per guerre, per fame, per cambiamenti climatici insostenibili, le città europee e i loro abitanti hanno l’opportunità, come successo recentemente in molti comuni italiani, austriaci, germanici, di accoglierli per ricostruire il senso originale della città.

Il nostro non è dolce e ingenuo buonismo. Sappiamo che la convivenza non è mai pacifica, che essa ha un costo fatto di rinunce e di dolorose ibridazioni. Sappiamo che molte persone la sentono minacciosa; immaginano e temono che essa possa attentare alle loro sicurezze acquisite spesso a caro prezzo e con grande sacrifici. Ma se inseguissimo questa tendenza tradiremmo il senso profondo della nostra storia europea che ha nei territori e nei municipi le sue più alte espressioni di civiltà. Da questa storia grandiosa ci viene anche una lezione: è stato proprio il processo di ibridazione di popoli e culture svoltosi in forme anche cruente per secoli nel Mediterraneo a fare grande l’Europa, come ci ha insegnato Fernand Braudel.

 

Firmatari

Alberto Magnaghi (Presidente della Società dei Territorialisti), Paolo Baldeschi, Mariolina Besio, Piero Bevilacqua, Luisa Bonesio, Paola Bonora Gianluca Brunori,  Roberto Camagni, Lucia Carle, Giuseppe Dematteis, Sergio De La Pierre, Giorgio Ferraresi, Francesco Lo Piccolo, Sergio Malcevski, Ezio Manzini, Anna Marson, Ottavio Marzocca, Massimo Morisi, , Raffaele Paloscia, Giancarlo Paba, Rossano Pazzagli, Luigi Pellizzoni, Tonino Perna,  Daniela Poli, Marco Slanislao Prusicki, Massimo Quaini, Saverio Russo, Enzo Scandurra, Gianni Scudo, Alberto Tarozzi, Giuliano Volpe

ottobre 6th, 2015|Appelli|

Appello dei territorialisti veneti alla Giunta Comunale: un Assessorato per i rapporti con il Terzo settore.

Treviso, maggio 2015

Petizione dei Territorialisti Veneti alla Giunta Comunale di Treviso

referente prof. Angelo Marino (angelo@angelomarino.com)

via Ottavi, 28

31100 – Treviso

tel. 0422-401259

cell. 340.6549013

 

Oggetto: un Assessorato per i rapporti con il Terzo Settore

 

Abstract – Riteniamo che un Assessorato come quello indicato in oggetto sia un utile strumento, di cui dovrebbe dotarsi ogni città capoluogo di provincia, per colmare la distanza che separa il cittadino dalle istituzioni.

A maggior ragione questo vale per una città come Treviso che, a quasi due anni dall’insediamento di una Giunta di centrosinistra, aspira a connotarsi come città della rinascita dopo il ventennio leghista.

Riteniamo inoltre che sia l’unico modo tecnicamente possibile per instaurare un dialogo costante fra cittadini e amministrazione di prossimità.

Il Terzo Settore (come meglio diremo più avanti) è un multiverso frammentato e disperso di istanze, osservatori locali, saperi diffusi e saperi esperti che costituiscono la risorsa immateriale più preziosa della comunità.

Questo “capitale civico” – come lo definisce Salvatore Settis – non va sprecato, ma qualificato e tradotto in pratiche amministrative.

 

(altro…)

maggio 6th, 2015|Appelli|

PER UNA NUOVA CIVILIZZAZIONE IDRAULICA DEL VENETO. UNA PROPOSTA PROGETTUALE DEI TERRITORIALISTI VENETI (a cura di Francesco Vallerani e Angelo Marino)

Il Veneto ha una territorialità atipica rispetto alla gran parte delle regioni italiane: quella di essere un territorio di antica antropizzazione densamente irrorato da vie d’acqua, un delicato equilibrio idrogeomorfologico che si è mantenuto relativamente stabile nel corso dei millenni grazie al rapporto mai interrotto tra uomo e fiume. La complessità geomorfologica e storico-culturale del territorio veneto è il prodotto di questa coevoluzione di lunga durata fra insediamento umano e ambiente naturale. Nell’Italia del secondo dopoguerra sfigurata dalla cementificazione e dalle distorsioni sociali conseguenti al “miracolo economico”, questo processo interattivo si è improvvisamente interrotto.

Anche nel Veneto, le periferie delle città si sono riempite di squallidi palazzoni pieni di appartamenti, che faranno passare alla storia gli anni ‘60 come il decennio più disastroso della storia dell’urbanizzazione. Da allora settori sempre più consistenti della popolazione assistono allo stravolgimento ambientale con un forte senso di disagio e angoscia. Siamo ormai tutti convinti che l’accumularsi attorno ai centri urbani di dense e caotiche nebulose insediative sia una delle più sentite problematiche rilevabili nelle geografie del mondo urbanizzato. «Se fino a un recente passato le azioni di protesta e il dibattito politico erano condotte da associazioni a livello nazionale (nel caso italiano si pensi a Italia Nostra, a Legambiente e al Fondo per l’Ambiente Italiano) e internazionale (WWF, Green Peace), oggi è sempre più diffuso un coinvolgimento diretto di gruppi e movimenti cittadini, accomunati dalla paura per le minacce ambientali, che organizzano iniziative civiche. Paure, disagi esistenziali, perdita di serenità e depressione sono i principali moventi che spingono [molte persone] a occuparsi di qualcosa che sta al di fuori della spazialità domestica» (Vallerani, Italia desnuda).

La conclamata perdita di qualità territoriale penalizza il valore dei nostri mondi di vita, dove il fitto tessuto delle ville, come pure dei fiumi, boschi e paesaggi agrari, ha subito gli effetti della dilatazione abnorme della città dell’economia. I centri urbani, prima chiaramente riconoscibili, ora si saldano in una continuità confusa e senza limiti. L’esito visibile di questa cancellazione della memoria collettiva è, come scrive Zigmunt Bauman, l’estensione del «deserto creato dall’uomo», un deserto «che si estende oltre la portata del progetto e della capacità di ciascuno in particolare» (Z. Bauman, Globalizzazione e glocalizzazione).

Nel Veneto del miracolo economico la città è cresciuta allontanando sempre più la campagna che si è così trasformata in nuove periferie e spazi incolti. Questo processo è destinato a continuare e ad accrescere le contraddizioni tra una città sempre più periferia e una campagna sempre più urbanizzata. Una delle principali vittime di questo “olocausto”, dovuto al prepotente ingresso di altre economie, di altra mobilità, di altre percezioni, è proprio il paesaggio veneto, ossia i luoghi che videro l’azione superba della progettazione palladiana, autentica firma paesaggistica che fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso connotava ancora uno dei paesaggi agrari più belli della terra, distribuiti sopra la falda acquifera tra le più ricche d’Europa (Vallerani, Italia desnuda). La dissoluzione fisica e affettiva dei nostri contesti di vita è destinata a proseguire fino a che non ci saremo dotati degli strumenti culturali idonei a fronteggiarla e a contrastarla.

Nell’ex paesaggio palladiano, lo straordinario successo del modello economico, che ha trasformato in pochi decenni una regione di poveri emigranti in uno tra i più opulenti territori del pianeta, non è riuscito a fondersi armoniosamente con i pregiati caratteri del paesaggio storico (Vallerani, 2000; Vallerani, 2012). L’esito di questa omologazione al recente modello di sviluppo non è solo lo stravolgimento della geografia insediativa della pianura, dei fondovalle e della linea di costa, causa prima del degrado ecologico e ambientale dell’intero territorio, ma la dissoluzione del sapiente ordito dei segni grafici e pittografici che facevano del Veneto una delle regioni paesisticamente più armoniose del nostro paese. Allo spreco folle della riproducibilità dei sistemi ecologici più elementari si sono aggiunte l’amnesia diffusa del paesaggio ereditato e il successivo eclissarsi del senso estetico.

L’immagine della bruttezza che più ci offende, perché non ha alcuna legittimità all’interno di un discorso estetico, è quella oggettiva, permanente e irrimediabile, che ci viene offerta nelle tre dimensioni dello spazio urbano e rurale costruiti senza progetto, senza riferimento alle regole genetiche dei luoghi e in palese violazione dell’interesse collettivo.

Un cambio di paradigma rispetto agli insediamenti senza regole si rende oggi necessario anche in considerazione degli effetti negativi che lo spettacolo del brutto provoca nella psicologia di chi lo osserva. Anche se manca una letteratura che puntualizzi il rapporto tra perdita della “bellezza del paesaggio” e disagio, i dati osservabili empiricamente testimoniano in modo inequivocabile che vi è una stretta relazione tra emozioni negative (stato d’ansia, depressione, spaesamento) suscitate dagli sfregi ambientali e conseguente propensione a pensare in negativo. Lo sguardo pessimista diviene dominante con il prevalere di ciò che lo psicologo Aaron Beck definisce «blocco cognitivo». Il blocco cognitivo è uno stato mentale che, agendo in sinergia positiva (incrementale) con la crescente incapacità di distinguere il bello dal brutto e il bene dal male, produce una sorta di “atonia morale” che investe strati sempre più profondi della nostra psiche. L’immersione quotidiana nel brutto crea infatti assuefazione. All’immagine costante del brutto si fa l’abitudine. «Sembra quasi che alla cementificazione dei suoli faccia seguito una progressiva asfaltatura delle menti, una impermeabilizzazione delle coscienze […] e ciò lo si nota soprattutto tra i più giovani [perché in essi all’assuefazione] si aggiungono gli effetti compensativi dell’orgia seducente del consumismo, autentico collante sociale» (Vallerani, Italia desnuda).

Abbiamo una storia delle città italiane, ma non abbiamo una storia dei territori italiani, ossia del contesto geografico che si è sviluppato intorno alle città. Se si introducesse la storia del territorio nelle scuole, gli insegnanti avrebbero a disposizione uno degli archivi più fecondi di antropologia culturale che si possa immaginare. I valori che emergono dall’analisi del patrimonio territoriale servirebbero, infatti, da un lato a rivelare le regole o linee guida di ogni possibile intervento di trasformazione e dall’altro a limitare l’ampiezza delle informazioni quantitative a vantaggio di quelle qualitative del territorio stesso. Attualizzare un’indagine storica interamente ricostruita sui luoghi vuol dire operare una dissezione metodica completa della storiografia ufficiale omologata nei manuali scolastici, una ricomposizione dei saperi che metta capo alla storia dei luoghi come point di départ piuttosto che come point d’arrivée (fatti salvi i risultati prodotti dalla globalizzazione senza regole) dell’indagine storica: l’esatto contrario del metodo d’apprendimento scolastico che si è seguito finora. L’adozione del metodo regressivo, che ribalta quello progressivo dei positivisti, adagiato sulla concezione lineare e rasserenante del progresso, costituisce il lascito forse più cospicuo e la lezione più durevole della “rivoluzione storiografica” degli Annalisti. È, questo, il metodo più raccomandato da Marc Bloch: quello che conta, secondo lui, è innanzitutto la capacità di «osservare e analizzare il paesaggio di oggi», perché «solo l’ultimo fotogramma è intatto» e, a voler ricostruire i tratti sfocati della storia lontana, si rende «necessario anzitutto svolgere la bobina in senso inverso a quello della ripresa»; occorre pertanto procedere dall’avanti all’indietro, à rebours, partendo dai tempi e dai luoghi più vicini a noi, non solo «perché la chiarezza dei documenti [diventa] via via più totale a mano a mano che si percorre in giù il corso del tempo», ma anche perché «a procedere in modo meccanico dall’indietro all’avanti, si corre sempre il rischio di perdere il proprio tempo nel dare la caccia agli inizi o alle cause di fenomeni che, all’esperienza, si rivelerebbero, forse, immaginari» (M. Bloch, Apologia della storia).

Il monitoraggio del territorio come attività di ricerca orientata al recupero del suo patrimonio memoriale e identitario, verifica a ogni passo come e perché i cosiddetti “saperi esperti” elaborati nelle facoltà universitarie si sono via via strutturati estraendo dai luoghi i loro costituenti primari (le regole insediative, l’architettura bioclimatica, l’agricoltura biologica inclusiva del processo rigenerativo del suolo, la relazione non gerarchica ma di complementarità fra città e campagna, l’artigianato locale come alternativa alla produzione seriale, il fiume come risorsa energetica e insostituibile idrovia per il trasporto di persone e merci). Il carattere anfibio dei saperi, prima di tradursi nelle scienze del territorio e nelle scienze della terra, nasce infatti negli spazi del vissuto, nei processi di sedimentazione secolare che fanno capo alla struttura unificante del bacino idrografico e delle comunità rivierasche vissute in simbiosi con esso. I saperi locali vanno rivalutati e riportati alla luce in quanto saperi anfibi, e dunque geneticamente e cognitivamente interconnessi, nei quali comunicano e convivono, grazie alla funzione unificante del fiume, tutte le componenti dell’ecosistema acquatico: la navigazione e la produzione agricola, le attività cantieristiche e la pesca, la portualità e la produzione di energia elettrica, la sostenibilità turistica e le dinamiche insediative.

È all’interno di questo ritrovato orizzonte di senso che i saperi e i mestieri antichi, decontestualizzati e dispersi dalla modernità, possono essere ricontestualizzati e riportati alla loro unità originaria. Ed è in ragione della riscoperta di questa matrice comune che la natura anfibia del paesaggio fluviale, rivelatosi come tale nel processo ricognitivo dei ricercatori, va riprodotta fedelmente nel loro sforzo di riportarla alla luce in tutta la sua valenza originaria. Nessuna parte di un sistema interconnesso, qual è il bacino idrografico, può essere studiato per segmenti, per la stessa ragione per cui ogni asta fluviale va considerata nell’insieme dei sottosistemi idrografici interconnessi, dalle sorgenti alla foce.

A garantire le condizioni di continuità ecosistemica della bioregione veneta, rispetto alla quale il reticolo idrografico costituisce il principale supporto di questa continuità, sono la qualità delle connessioni ecologiche del territorio e la presenza della biodiversità, assunte come invarianti strutturali della stessa bioregione (Magnaghi, La regola e il progetto). Di questa unità ecosistemica fanno parte i corridoi ecologici, le aste fluviali, i laghi, le paludi, le aree verdi, il territorio agricolo, dotato di diversi gradi di valenza ecologica, e le aree urbane, come principali aree di criticità.

L’intero ecosistema dev’essere pertanto studiato e interpretato in tutte le sue componenti antropologiche e geomorfologiche come un “corridoio culturale”, grazie alla presenza non solo di manufatti connessi a specifiche funzionalità idrauliche (le banchine, gli squeri, i mulini, i ponti, le riviere, i natanti), ma anche di residenze signorili, luoghi di culto, case rurali “a schiera”, centri rivieraschi, palazzi di città e quant’altro ne connoti la nascita e l’evoluzione geostorica. Lo studio integrato di queste componenti consentirebbe di individuare gli «elementi gravidi di regole per il progetto» (Magnaghi), non potendosi considerare sufficiente l’insieme di norme urbanistiche per arrestare il degrado e per disincentivare il consumo di suolo. Servirebbe inoltre a restituire forza all’intero territorio come entità fisiografica identitaria, abitativa, produttiva, riconnettendo in una rete di relazioni sinergiche la campagna alla città, la montagna alla pianura, l’intero entroterra al mare. «È questo il compito di una nuova progettualità finalizzata al riequilibrio di assetti geo-economici che hanno, in un recente passato, degradato e sprecato notevoli risorse paesaggistiche e ambientali. In tale prospettiva un ruolo tutt’altro che secondario è stato assolto da istituzioni museali del tutto simili a quella di Battaglia […]» (Vallerni, Tra Colli euganei e Laguna veneta).

Il Museo Civico della Navigazione di Battaglia Terme è uno dei “giacimenti culturali” più importanti d’Italia, «un autentico patrimonio di cultura materiale altrimenti destinato alla dispersione e all’oblio». Il recupero di questo straordinario “giacimento culturale” passa attraverso la redenzione agronomica di vaste aree paludose, in cui le fasi progettuali e i conseguenti esiti fisionomici non riguardano soltanto l’ambito produttivo e insediativo, ma anche i processi di elaborazione simbolica e culturale del territorio da parte delle comunità rivierasche. Sono stati in particolar modo l’escursionismo nautico e le pratiche del turismo itinerante a individuare in questi corridoi fluviali risorse di inaspettata attrattività. «Gli obiettivi e le strategie dei piani territoriali dovrebbero quindi tener conto non solo delle concrete fisionomie idrografiche, ma anche delle non meno trascurabili “geografie mentali”, con cui la popolazione identifica quei medesimi segni d’acqua» (Vallerani, Italia desnuda).

Nella realizzazione del canale di Battaglia si è tenuto conto di quanto potesse contribuire a valorizzare queste tre fondamentali vocazioni che connotano quel centro storico come tipico centro culturale non agricolo: preservare i delicati equilibri fra insediamento umano, ambiente e comunità locale, quasi a voler dimostrare quali e quanti vantaggi possono derivare dalla consapevole ricucitura del secolare rapporto tra comunità e territorio; incrementare la sua funzione di baricentro per i collegamenti nautici tra la laguna e l’intero bacino idrografico del Veneto; valorizzare le relazioni economiche tra Venezia, la più famosa città anfibia del mondo, e il suo entroterra ricalibrando e migliorando tutto l’irradiarsi di relazioni per acque interne con Treviso, Monfalcone, Padova e la linea del Po.

La conca di Battaglia può, pertanto, essere considerata l’apoteosi dell’antropizzazione lungo un corso d’acqua. «È in questo senso che il taglio medioevale del canale di Battaglia […] può definirsi una riviera, vero e proprio “tipo” geografico indicante l’apoteosi dell’antropizzazione lungo un corso d’acqua» (Vallerani, Tra Colli euganei e Laguna veneta). Esso presenta interessanti assonanze con consimili assetti antropici lungo le idrovie delle riviere della Brenta e del Sile. Il suo sito è geograficamente strategico perché consente il passaggio delle imbarcazioni dal canale di Battaglia alla sottostante idrovia in direzione del Bacchiglione e viceversa. Grazie alle numerose intersezioni con alvei di drenaggio posti a quote più basse, costituisce non solo il centro propulsore della rinascita del comprensorio di Battaglia in grado di ridare vita alle vie d’acqua dismesse dal traffico commerciale, ma anche di avere importanti ricadute economiche su vaste aree del territorio veneto (nonostante la spietata concorrenza, a partire dalla metà del secolo scorso, dei trasporti su ferrovia e su strada).

L’idea sottesa al progetto è di aprire un corso d’acqua – il Bacchiglione – a una molteplicità di itinerari di turismo fluviale che vanno non solo verso i centri storici di Padova, Monselice, Este e la riviera del Brenta, ma anche verso quelli orientali di Treviso, Pordenone e il Friuli, compresi quelli di Chioggia e della laguna meridionale, con le successive connessioni verso l’Adige e il Po. Lo scavo del canale rappresenta pertanto uno dei momenti più significativi dell’inserimento di elementi innovativi nelle strutture invarianti del territorio, ossia degli «elementi gravidi di regole» – come direbbe Magnaghi – che consentirebbero oggi, come hanno consentito in passato, di integrare in un progetto unitario gli aspetti paesaggistici e culturali con quelli economici, sia pure limitatamente all’escursionismo nautico e al turismo sostenibile.

marzo 20th, 2015|Appelli|

Statuto

ASSOCIAZIONE

“SOCIETÀ DEI TERRITORIALISTI E DELLE TERRITORIALISTE ONLUS”

STATUTO

 

Titolo I

Disposizioni generali: denominazione, sede scopi

Art. 1 E’ costituita una associazione denominata Società dei territorialisti e delle Territorialiste (SdT) ONLUS.

L’associazione ha sede in Firenze c/o LAPEI (Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti) via Micheli n. 2, 50123.

Art. 2 L’associazione è apolitica e non ha finalità di lucro. L’associazione ha finalità culturali e di promozione del confronto fra discipline scientifiche che assumono la centralità del valore dei beni patrimoniali locali nei processi di trasformazione finalizzati al benessere sociale e alla felicità pubblica, all’integrità dei sistemi di sostegno della vita sul nostro pianeta, sviluppando conoscenza e responsabilità sociale nei confronti del territorio come bene comune. L’associazione sviluppa i principi contenuti nel Manifesto fondativo. A tal fine l’associazione intende:

a) sviluppare il dibattito scientifico per la fondazione di un corpus unitario, multisciplinare e interdisciplinare delle arti e delle scienze del territorio di indirizzo territorialista, che sia in grado di affrontare in modo relazionale e integrato la conoscenza e la trasformazione del territorio;

b) promuovere strutture, associazioni, centri di ricerca autonomi di carattere culturale e scientifico indirizzati allo sviluppo di progetti territoriali improntati alla autosostenibilità;

c) promuovere la cultura territorialista nella didattica e nella ricerca universitaria, indirizzando il dibattito e promuovendo la formazione di scuole, dipartimenti, dottorati, centri di ricerca, corsi di laurea improntati alla multidisciplinarietà, alla interdisciplinarietà, alla ricomposizione dei saperi nelle scienze del territorio;

d) promuovere indirizzi per le politiche, piani, progetti e strumenti di governo del territorio che valorizzino la cittadinanza attiva verso modelli societari auto-sostenibili;

e) promuovere progetti di ricerca sperimentali multi-.transdisciplinari in rapporto a enti

internazionali, nazionali, regionali; promuovere su temi di interesse generale proposte di legge, manifesti culturali, rapporti, ecc;

f) elaborare e fornire strumenti scientifici, culturali e tecnici alla progettualità sociale che

promuove il territorio e i suoi valori patrimoniali, materiali e immateriali, come beni comuni e che sperimenta forme innovative della loro gestione;

g) promuovere reti internazionali con associazioni, centri di ricerca, istituti universitari che si muovano in orizzonti culturali simili;

h) promuovere un congresso annuale, dotarsi di una rivista con relazioni e referee internazionali.

Art. 3 L’associazione potrà dare la sua collaborazione ad altri enti per lo sviluppo di iniziative che si inquadrino nei suoi fini. Essa dovrà tuttavia mantenere sempre la più completa autonomia nei confronti degli organi di governo, dell’Università, delle aziende pubbliche e private e degli enti pubblici territoriali.

Art. 3 bis L’Associazione, in relazione agli obiettivi statutari di cui sopra all’articolo 2 e in coerenza con l’articolo 10 del D.Lg.460/1997, intende svolgere attività a carattere teorico e di azione sociale nei campi della formazione (campo 5), della promozione e valorizzazione delle cose d’interesse artistico e storico (campo 7), della tutela e valorizzazione della natura e dell’ambiente (campo 8), della promozione della cultura e dell’arte (campo 9), della ricerca scientifica di particolare interesse sociale (campo 11). A partire da queste attività si occupa di favorire l’occupazione giovanile nella neo-agricoltura, in particolare attraverso la valorizzazione delle piccole imprese a carattere sociale nell’ambito della promozione dello sviluppo locale in particolare nei processi di ripopolamento rurale attraverso la promozione di parchi agricoli e di filiere alimentari locali. Inoltre si includono le clausole statutarie obbligatorie per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale:

a) l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale;

b) il divieto di svolgere attività diverse da quella istituzionale prevalente ad eccezione di quelle direttamente connesse;

c) divieto di distribuire, anche in modo indiretto, utili e avanzi di gestione nonche’ fondi, riserve o capitale durante la vita dell’organizzazione, a meno che la destinazione o la distribuzione non siano imposte per legge o siano effettuate a favore di altre ONLUS che per legge, statuto o regolamento fanno parte della medesima ed unitaria struttura;

d) l’obbligo di impiegare gli utili o gli avanzi di gestione per la realizzazione delle attivita’ istituzionali e di quelle ad esse direttamente connesse;

e) l’obbligo di devolvere il patrimonio dell’organizzazione, in caso di suo scioglimento per qualunque causa, ad altre organizzazioni non lucrative di utilita’ sociale o a fini di pubblica utilita’, sentito l’organismo di controllo di cui all’articolo 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, salvo diversa destinazione imposta dalla legge;

f) l’obbligo di redigere il bilancio o rendiconto annuale;

g) disciplina uniforme del rapporto associativo e delle modalita’ associative volte a garantire l’effettivita’ del rapporto medesimo, escludendo espressamente la temporaneita’ della partecipazione alla vita associativa e prevedendo per gli associati o partecipanti maggiori d’eta’ il diritto di voto per l’approvazione e le modificazioni dello statuto e dei regolamenti e per la nomina degli organi direttivi dell’associazione;

h) l’uso, nella denominazione ed in qualsivoglia segno distintivo o comunicazione rivolta al pubblico, della locuzione “organizzazione non lucrativa di utilita’ sociale” o dell’acronimo “ONLUS”.

 

Titolo II

I soci

Art. 4 Sono membri dell’associazione le persone fisiche e le persone giuridiche che per la loro attività professionale, istituzionale, di ricerca, di insegnamento o di studio sono interessate all’attività dell’associazione stessa e la cui attività non confligge con le finalità dell’associazione. La verifica di ammissibilità dei soci è fatta dal Comitato Direttivo e sottoposta all’assemblea. I soci sono articolati in soci sostenitori, soci amici, soci ordinari e soci junior (persone al di sotto dei 35 anni di età).

Art. 5 I soci sono tenuti al pagamento di una quota annua (pena la decadenza dalla qualità di socio) il cui importo per ogni categoria è fissato annualmente dal Consiglio Direttivo dell’associazione. Le somme versate per le quote annuali di adesione all’associazione non sono rimborsabili in nessun caso e sono altresì intrasmissibili.

Art. 6. Il socio che intenda recedere dalla associazione deve darne comunicazione con lettera raccomandata 3 mesi prima dello scadere del periodo di tempo per il quale è associato.

 

Titolo III

Organi dell’associazione

Art. 7 Gli organi dell’associazione sono:

a) l’ Assemblea dei Soci

b) il Comitato Scientifico

c) il Consiglio Direttivo

d) il Presidente

e) la Struttura Tecnica

d) i Revisori dei Conti

 

Titolo IV

L’Assemblea dei Soci

Art. 8 L’Assemblea ordinaria  dei Soci, convocata una  volta l’anno su delibera del  Consiglio Direttivo non  meno di 20 giorni  prima di quello  fissato per l’adunanza, in località  da indicarsi nell’avviso di convocazione, per deliberare sul rendiconto finanziario, sullo stato patrimoniale, sul programma di attività annuale e relativo bilancio preventivo e su tutti gli altri argomenti di carattere generale iscritti all’ordine del giorno. La data è l’ordine del giorno dell’assemblea sono comunicati ai soci via e-mail. L’assemblea dei soci inoltre:

a) elegge ogni quattro anni il Presidente Onorario;

b) elegge ogni due anni il Consiglio Direttivo, il Presidente e il Collegio dei Revisori dei Conti;

c) approva il bilancio consuntivo e la relazione generale sull’attività svolta nell’esercizio precedente;

d) approva il programma generale, progetti specifici di attività e il bilancio preventivo per il nuovo esercizio;

e) delibera la sostituzione dei membri del Consiglio Direttivo che rendessero vacante la carica;

f) approva eventuali modifiche di Statuto o di Regolamento interno dell’associazione predisposto dal Consiglio Direttivo;

g) approva l’eventuale istituzione di sedi territoriali e commissioni tematiche di lavoro, stabilendo finalità e modalità di funzionamento; ratifica le adesioni dei soci alle sedi e alle commissioni e nomina per ciascuna un coordinatore responsabile che resta in carico fino al rinnovo della cariche sociali;

i) delibera sull’ammissione o decadenza di nuovi soci;

j) fissa le quote sociali previste dall’ Art. 5 del presente Statuto.

Art. 9 Hanno diritto di intervenire all’Assemblea tutti i soci che si trovino in regola col pagamento della quota di associazione. Ciascun socio potrà rappresentare uno o più altri soci purché munito di regolare delega scritta. Per la costituzione legale dell’assemblea e per la validità delle sue deliberazioni è necessario in prima convocazione la meta più uno degli iscritti; in seconda convocazione qualunque sia il numero dei presenti o rappresentanti; la data di questa sessione può essere fissata nello stesso avviso di convocazione della prima.

Art. 10 L’assemblea delibera a maggioranza di voti dei soci presenti o rappresentanti mediante regolare delega scritta rilasciata ad altro socio, purché non consigliere né revisore.

Art. 11 L’assemblea è presieduta dal Presidente e elegge tra i soci presenti un Segretario. Il Segretario provvede a redigere i verbali delle deliberazioni dell’assemblea. I verbali devono essere sottoscritti dal Presidente, dal Segretario e dagli scrutatori qualora vi siano votazioni.

Art. 12 Assemblee straordinarie possono essere convocate per deliberazione del Consiglio Direttivo, oppure per domanda di tanti soci che rappresentano non meno della decima parte degli iscritti. L’assemblea straordinaria può deliberare:

sullo scioglimento dell’associazione;

– sulle proposte di modifica dello Statuto associativo;

– su ogni argomento straordinario sottoposto alla sua approvazione dal Presidente, dal Consiglio Direttivo o da almeno il 25% dei suoi componenti;

Art. 13 Per la validità delle deliberazioni di cui al precedente comma, è necessaria la presenza, sia di prima che di seconda convocazione, di almeno la metà dei soci ed il consenso di tre quinti dei voti presenti o rappresentanti.

 

Titolo V

Il Comitato Scientifico

Art. 14 Il Comitato Scientifico è costituito dai membri del Comitato dei Garanti che hanno promosso l’associazione. Nuovi membri del Comitato Scientifico sono proposti dal Consiglio Direttivo all’assemblea sulla base dei seguenti criteri:

– essere autorevolmente rappresentativi, in campo scientifico e culturale di una delle discipline di pertinenza dell’associazione;

– presentare un curriculum scientifico coerente con gli scopi dell’associazione;

– fornire la disponibilità per il referaggio dei testi da pubblicare sulla rivista;

– fornire la disponibilità per l’organizzazione e il coordinamento di convegni, seminari,

commissioni di lavoro, testi collettanei;

– fornire contributi al sito web e alla rivista dell’associazione.

Art. 15 Il Comitato Scientifico, che comprende studiosi internazionali, non ha limiti di numero e include membri cooptati per chiara fama, anche se non iscritti all’associazione.

Art. 16 Il Comitato Scientifico può essere convocato in occasione dell’Assemblea dei Soci o delle riunioni del Consiglio Direttivo; esso viene consultato per questioni rilevanti dal punto di vista scientifico, per orientare le tematiche dei convegni e della rivista dell’associazione. Il Comitato Scientifico che ha una funzione eminentemente culturale, non ha ruoli deliberativi, nè operativi.

 

Titolo VI

Il Consiglio Direttivo

Art. 17 Il Consiglio Direttivo è nominato dall’assemblea ed è composto da un minimo di 8 membri oltre al Presidente. Per la prima volta la determinazione del numero dei membri e la loro nomina vengono effettuate nell’Atto Costitutivo. Il Consiglio Direttivo dura in carica due anni ed i suoi membri possono essere rieletti.

In caso di dimissioni di consiglieri prima della scadenza del mandato, il Consiglio Direttivo provvederà alla loro sostituzione per cooptazione. I consiglieri così nominati rimangono in carica sino alla successiva assemblea ordinaria. Qualora per qualsiasi motivo il numero dei consiglieri si riduca a meno di due terzi, l’intero Consiglio Direttivo è considerato decaduto e deve essere rinnovato.

Art. 18 Il Consiglio Direttivo è l’organo esecutivo delle deliberazioni dell’Assemblea e ha poteri di ordinaria e straordinaria gestione e amministrazione che non siano per legge o dal presente statuto riservati all’Assemblea. Il Consiglio si riunisce almeno una volta ogni quattro mesi su convocazione del Presidente o su domanda di almeno 3 membri. Le riunioni del Consiglio sono valide solo se sono presenti almeno 6 dei consiglieri. Le delibere sono prese a maggioranza semplice dei presenti.

Art. 19 Il Consiglio Direttivo:

a) provvede alla gestione ordinaria e straordinaria della Società in esecuzione delle deliberazioni dell’Assemblea Generale;

b) elabora il bilancio preventivo, il rendiconto finanziario e statuto patrimoniale, da presentare all’assemblea dei soci;

c) propone ed elabora progetti e programmi da sottoporre all’approvazione dell’assemblea stessa;

d) convoca l’Assemblea dei Soci e delibera sull’ammissione dei soci;

e) discute ed elabora il bilancio preventivo e consuntivo;

f) cura la gestione dell’associazione provvedendo a definire l’importo delle quote annue di associazione, alla riscossione dei contributi, a decidere sugli investimenti patrimoniali al pagamento delle obbligazioni contratte e alla riscossione dei crediti;

g) fornisce indirizzi per la gestione del sito web; della rivista internazionale e delle relazioni internazionali; le collaborazione con i terzi e le relative norme e modalità;

h) predispone l’eventuale Regolamento interno da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea Generale.

Art. 20 Il Consiglio Direttivo può nominare e avvalersi di una Struttura Tecnica, i cui componenti, gli eventuali compensi e le modalità di funzionamento sono individuati dal Consiglio Direttivo stesso e approvati dall’Assemblea.

Art. 21 La Struttura Tecnica svolge le funzioni di segreteria e amministrazione, predispone il bilancio di previsione ed il bilancio consuntivo delle attività dell’associazione, su indicazione del Consiglio Direttivo che lo trasmette all’Assemblea dei Soci per ratifica. La Struttura Tecnica comprende le funzioni di tesoreria.

Art. 22 Le deliberazioni del Consiglio Direttivo sono prese a maggioranza di voti dei consiglieri presenti. In caso di parità di voti prevale quello del Presidente. Le deliberazioni del Consiglio sono valide se alla riunione prende almeno un quarto dei consiglieri.

 

Titolo VII

Il Presidente

Art. 23 II Presidente sovraintende all’attività dell’associazione e in tale qualità:

a) rappresenta l’associazione in tutti gli atti civili e giudiziari e nei rapporti tanto con i soci quanto con terzi e con le autorità;

b) convoca e presiede il Consiglio Direttivo e l’Assemblea dei Soci, formula l’ordine del giorno per le sedute di entrambi;

d) stipula accordi, contratti, programmi di ricerca con enti pubblici e privati; e firma gli atti dell’associazione;

e) propone al Consiglio Direttivo la nomina la Struttura Tecnica con funzioni di esecutività tecnica degli atti del Consiglio Direttivo stesso, dell’assemblea e di tesoreria;

f) ha facoltà di deliberare in caso di necessità o urgenza informandone il Consiglio Direttivo nella prima riunione successiva;

g) dispone quanto altro occorra per l’ordinario funzionamento dell’associazione.

Art. 24 Il Presidente viene eletto ogni due anni dall’Assemblea dei Soci a maggioranza assoluta dei presenti; contestualmente possono eletti anche uno o due Vice-Presidenti che lo sostituiscono in caso di sua assenza od impedimento.

Art. 25 Chi per più di un mandato abbia svolto le funzioni di Presidente può essere nominato dall’Assemblea generale dei Soci Presidente Onorario, con diritto di prendere parte alle sedute del Consiglio Direttivo senza voto deliberativo.

 

Titolo VIII

Revisori dei Conti

Art. 26. Il Collegio dei Revisori dei Conti è costituito da tre membri effettivi e due membri supplenti eletti dall’Assemblea, che restano in carica due anni e non possono essere rieletti più di una volta. Il Collegio elegge al suo interno il Presidente. Il Collegio vigila sulla gestione economica e finanziaria della Società e presenta all’Assemblea una relazione sui bilanci annuali. Ha facoltà di richiedere alla Struttura Tecnica con funzioni di tesoreria verifica delle scritture contabili e di cassa.

 

 

Titolo VIII

Patrimonio-esercizio sociale

Art. 27 Il patrimonio sociale è costituito dalle quote sociali, al netto delle spese sostenute per la gestione dell’associazione, dai beni e dalle attività dell’associazione, da eventuali donazioni, lasciti e contributi da accordi e contratti con enti pubblici o privati, la cui accettazione è subordinata a delibera favorevole del Consiglio Direttivo.

Art.28 L’esercizio sociale decorre dal I novembre al 31 ottobre di ogni anno.

Art. 29 La durata della Società dei Territorialisti e delle Territorialiste è illimitata.

Il suo scioglimento può essere effettuato dietro deliberazione dell’assemblea secondo le modalità definite dall’art.13. In caso di scioglimento dell’associazione, per qualunque causa avvenuto, il patrimonio è devoluto ad altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale o ai fini di pubblica utilità, sentito l’organismo di controllo di cui all’art. 3, comma 190, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, (istituito con D.P.C.M. del 26 settembre 2000 nella G.U. n. 229 del 30 settembre 2000), salvo diversa destinazione imposta dalla legge.

Art. 30 Mediante apposito Regolamento sono fissate le modalità generali di funzionamento dell’associazione nelle sue varie attività, nonché quelle per l’assunzione e lo stato giuridico ed economico del personale occorrente per le sue esigenze. Per quanto non previsto dal Regolamento spetta al Consiglio Direttivo prendere di volta in volta le necessarie deliberazioni.

Art. 31 Qualora si intenda modificare lo Statuto, in tutto o in parte, il Presidente della Società sottopone le necessarie proposte ad una Assemblea Generale straordinaria dei Soci previa deliberazione del Consiglio Direttivo. Per l’approvazione occorre il voto dei due terzi dei Soci presenti di persona o per delega all’Assemblea stessa.

Art. 32 L’Associazione ha un proprio logo che, riprodotto nel foglio allegato 1, fa parte integrante del presente Statuto, costituisce segno distintivo dell’associazione medesima e verrà utilizzato in ogni attività e/o pubblicazione attinente alla vita sociale.

Art. 33 Per tutto quanto non previsto espressamente dal presente Statuto si rimanda alla normativa vigente in materia.

dicembre 15th, 2014|Appelli|