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I documenti della Società dei Territorialisti

Vendita dei beni immobiliari pubblici: la Regione Toscana inverta la rotta – Appello del Nodo toscano SDT

Capisaldi sociali e territoriali, garanzia di inclusività e di crescita civile, i beni pubblici presiedono al disegno democratico di redistribuzione delle risorse, e il loro mantenimento in proprietà contrasta i progetti neoliberisti di trasferimento dei beni di molti nelle mani di pochi. Queste ragioni dovrebbero indurre la Regione Toscana a conservare la proprietà del patrimonio edilizio di sua competenza, a non perseguire politiche di stampo economicista nella loro gestione. E a ritirare quindi la delibera che pone in vendita molti edifici di proprietà regionale.

La Società dei Territorialisti/e è dalla parte di chi intende mantenere pubblica la proprietà del patrimonio edilizio e fondiario della nazione, la cui stessa esistenza favorisce i processi di ri-territorializzazione, sia nel territorio aperto che entro il tessuto urbano. Aree ed edifici che Regione, Comuni e Città metropolitana hanno messo all’incanto si sono infatti dimostrati luoghi di enormi potenzialità, in cui si inverano pratiche dal “basso”, esperienze di “costruzione di territorio”, sperimentazioni di nuove forme di autogoverno e di gestione collettiva del bene comune.

Nei centri storici desertificati e nelle periferie contemporanee, l’esistenza di aree di proprietà pubblica – il più delle volte di notevole valore storico-artistico – garantisce l’occasione per l’innesco degli auspicabili processi di rigenerazione urbana e sociale: il recupero di edifici o di terreni abbandonati al degrado, la loro fruizione collettiva e le nuove pratiche di welfare dal basso che possono scaturire dal riutilizzo di spazi pubblici vuoti o in dismissione, costituiscono una non trascurabile occasione di creazione di nuovi posti di lavoro in autogestione e di pratiche di autocostruzione finalizzate alla residenza per le fasce sociali più deboli.

Nelle campagne, proprietà e terreni pubblici contribuiscono a favorire l’occupazione giovanile nella neo-agricoltura autosostenibile, e, attraverso la promozione di parchi agricoli e di filiere alimentari locali, a innescare processi di ripopolamento rurale. Nello scenario attuale delle pratiche di riappropriazione di spazi pubblici condannati alla vendita, il caso della Fattoria di Mondeggi – di proprietà della Provincia – è paradigmatico e dovrebbe fungere da esempio per riconfigurare nuove politiche di gestione dei beni statali, regionali, comunali e pubblici in genere.

A fronte della mercificazione che investe città e territori, la Regione Toscana inverta la rotta e avvii un corso politico che impedisca l’introduzione dei beni comuni nel Mercato e che anzi valorizzi l’inveramento di pratiche dal “basso”, esperienze di “costruzione di territorio”, e sperimentazioni di nuove forme di autogoverno e di gestione collettiva del bene comune.

febbraio 24th, 2016|Appelli|

Riforma MIBACT, un appello per il paesaggio

Società dei territorialisti/e Onlus – SdT

Riforma MIBACT, un appello per il paesaggio

 

Da diversi giorni l’ennesima riforma in corso presso il Mibact, prevista da una norma che autorizza il Ministro “alla riorganizzazione, anche mediante soppressione, fusione o accorpamento, degli uffici dirigenziali, anche di livello generale, del ministero”, sta alimentando un acceso dibattito.

Il dibattito ha assunto toni particolarmente polemici in relazione al previsto accorpamento delle Soprintendenze Archeologiche in un’unica Soprintendenza insieme alle Belle Arti e Paesaggio (con una corrispondente fusione delle due diverse Direzioni Generali attualmente presenti presso il Mibact).

I critici della riforma sostengono che questo continuo “fare e rifare” le strutture comporta necessariamente il disfarsi della tutela, e che di contro all’accorpamento degli uffici deputati alla tutela vi è un moltiplicarsi delle strutture speciali (come i grandi musei), delle altre Direzioni generali, e dei Sottosegretari.

Fra i sostenitori della riforma c’è chi, pur riconoscendo i problemi operativi che questa ennesima riforma pone (e che noi stessi riteniamo stiano mettendo in seria difficoltà, perlomeno in questa fase transitoria, l’esercizio delle funzioni di tutela che venivano finora esercitate), risponde alle critiche sostenendo che solo con un approccio globale e integrato, realmente multi- e interdisciplinare, è possibile affrontare la complessità di un territorio. Fra questi Giuliano Volpe, archeologo, attuale Presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, che ha citato esplicitamente l’importanza di un approccio “territorialista” nella tutela del territorio. Il paesaggio, a questo riguardo, costituirebbe l’elemento unificante e assumerebbe un ruolo centrale nella riforma.

Come membri della Società dei territorialisti sentiamo pertanto la necessità di esprimerci nel merito di questa polemica.

Condividiamo l’auspicio appena richiamato: certamente la prospettiva di avere al centro il paesaggio sarebbe davvero innovativa e interessante. In tale prospettiva avere un unico interlocutore che rappresenta i diversi istituti della tutela dei beni culturali e paesaggistici (che riguardano una parte del territorio regionale interessato dai piani paesaggistici) costituirebbe un passo avanti significativo nella direzione, auspicata dalla Società dei territorialisti, di considerare in modo integrato i diversi aspetti che riguardano il territorio e quindi il paesaggio.

In questa direzione c’è ancora molto da fare e la Sdt non si tirerà certamente indietro nel dare il proprio contributo all’attuazione di un approccio concretamente territorialista.

Esiste tuttavia un problema più generale che rischia di rendere l’affermazione condivisibile soltanto a livello teorico: il carattere estremamente marginale, nel nostro paese, delle politiche per il paesaggio, nonostante l’Italia abbia promosso e sottoscritto la Convenzione europea del paesaggio e sia dotata di un importante Codice dei beni culturali e del paesaggio, strumenti che insieme, negli ultimi dieci anni, hanno prodotto notevoli impegni e innovazioni nella elaborazione dei piani paesaggistici regionali. Anche il finora modesto impegno del Mibact nella promozione di una rete di osservatori (regionali e locali) diffusa su tutto il territorio, come richiesto dalla Convenzione europea e essenziale al buon funzionamento dell’Osservatorio nazionale, è un sintomo preoccupante della scarsa attenzione istituzionale in materia di paesaggio.

Come si esplicano infatti, di fatto e di diritto le competenze relative al governo del paesaggio? Quali sono davvero le politiche per il paesaggio messe in atto dal Mibact e dai suoi organi periferici, ovvero dalle Soprintendenze? Si può davvero sostenere che “il paesaggio assume un ruolo centrale”, e che dunque la riforma in atto rappresenti un passo avanti?

Fra le criticità di rilievo citiamo il fatto che le Soprintendenze esprimono, come noto, pareri relativi alle sole trasformazioni che insistono nelle aree assoggettate a vincolo paesaggistico (pareri che peraltro, in molti casi, non hanno evitato trasformazioni negative dei paesaggi), e che le Regioni, cui è affidata la redazione e l’attuazione dei piani paesaggistici, si apprestano a perdere, con la riforma del titolo V della Costituzione che attende il solo referendum confermativo, la competenza in materia di governo del territorio.

Per quanto riguarda i pareri delle Soprintendenze, anche laddove tali pareri siano riferiti non tanto a singoli immobili vincolati, bensì ad aree formalmente riconosciute (spesso in modo frammentario e casuale) come beni paesaggistici, l’approccio largamente prevalente è quello riconducibile alla trattazione di singoli beni di valore più o meno rilevante, indipendentemente dal  contesto territoriale, qualificato da molteplici relazioni che dovrebbero essere tenute in conto complessivamente per una efficace azione di tutela. A questi limiti si aggiunge il fatto che la formazione disciplinare dei sovrintendenti, finora settoriale, non costituisce certamente la garanzia di un approccio integrato ai problemi del territorio che metta al centro il paesaggio e ne riequilibri e potenzi la cognizione rispetto alle singole categorie di beni.

Nelle prime esperienze di Piani paesaggistici redatti secondo il Codice, il contesto territoriale ha avuto invece rilevanza centrale, non solo nel definire le regole di trasformazione del territorio regionale secondo obiettivi di qualità paesaggistica, ma anche nell’indirizzare in modo innovativo e integrato il quadro interpretativo e normativo dei beni vincolati. Inoltre mettendo al centro il patrimonio paesaggistico nella sua accezione di contesto integrato e riferito ai “mondi di vita delle popolazioni” (Convenzione europea del paesaggio) il concetto di valorizzazione del patrimonio non può essere ridotto alla sua componente mercantile, essendo riferito all’elevamento della qualità della vita sul territorio delle popolazioni. L’attuazione dei (pochissimi) piani paesaggistici approvati, non essendo sostenuta da alcuna politica proattiva in materia di paesaggio, rischia tuttavia di non produrre l’innovazione auspicata.

Al di là poi dei piani paesaggistici, nel caso di grandi opere di competenza statale, gli aspetti paesaggistici non sono affatto considerati nella formazione delle decisioni, ma soltanto nelle conferenze dei servizi finali, quando il Mibact può dire soltanto sì o no, ed esclusivamente in base alla presenza o meno di vincoli.

Dato questo stato frammentario e marginale dell’attenzione istituzionale rivolta al paesaggio, e in assenza di concrete e innovative azioni per il paesaggio promosse con convinzione dal Mibact e sostenute dalla Presidenza del Consiglio, la riforma che unifica le Soprintendenze non ci sembra essere in grado di superare significativamente l’attuale approccio orientato alla tutela dei singoli beni, con il rischio di indebolire le competenze riferite a ciascuna categoria di beni (architettonici, archeologici, paesaggistici ecc.), che non saranno più rappresentate da un dirigente, bensì nella migliore delle ipotesi da un funzionario cui sarà attribuita una “posizione organizzativa”.

Come Società dei territorialisti auspichiamo di poter cambiare idea, ma potremo farlo soltanto alla luce di effettive prospettive di concrete politiche che mettano davvero “il paesaggio al centro”.

 

Per il Comitato Scientifico della Società dei Territorialisti:

 

Paolo Baldeschi

Angela Barbanente

Piero Bevilacqua

Luisa Bonesio

Paola Bonora

Gianluca Brunori

Roberto Camagni

Franco Cambi

Lucia Carle

Pierluigi Cervellati

Giuseppe Dematteis

Claudio Greppi

Alberto Magnaghi

Angelo Marino

Anna Marson

Ottavio Marzocca

Raffaele Paloscia

Massimo Quaini

Saverio Russo

Enzo Scandurra

 

 

Firenze, 21 febbraio 2016

 

 

febbraio 22nd, 2016|Appelli|

Appello della SDT per il parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli

Il Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli diventi un laboratorio per il territorio

Appello della Società dei Territorialisti/e

Il Parco regionale di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, nato negli anni ’70 grazie a un’ampia partecipazione popolare e all’interesse di intellettuali di prestigio come Antonio Cederna,  ha rappresentato una bella pagina nella storia della protezione della natura in Italia: l’area è stata sottratta alla speculazione edilizia e sono stati preservati paesaggi, ecosistemi, testimonianze storiche  e biodiversità. Nell’area del parco si giustappongono ambienti naturali notevolmente diversi: due bacini fluviali (Arno e Serchio), la spiaggia e il sistema delle dune, le “lame” retrodunali e i boschi planiziali. Le moderne opere di bonifica, la vicina città, l’agricoltura e un turismo ormai “storico”, connotano antropicamente il Parco. Inoltre nella stratificazione storica  del parco sono visibili i segni “paesaggistici” di diverse civilizzazioni che ne fanno una natura decisamente trasformata: quella rinascimentale, lorenese, piemontese, repubblicana, con una tradizione di parco produttivo, ad esempio nella coltivazione della pineta e nell’allevamento, che ne fa un “parco agricolo” antelitteram.

Il piano per l’Ente parco redatto negli anni Novanta da Pier Luigi Cervellati e Giovanni Maffei Cardellini è stato uno strumento esemplare di conservazione e riproduzione delle qualità territoriali storiche. L’attuale fase di rinnovo degli organi di gestione del Parco (Presidente e Consiglio) prevede l’elaborazione di un nuovo Piano, che dovrà conformarsi alle indicazioni normative, agli obiettivi di qualità e alle regole di trasformazione previste nel nuovo Piano paesaggistico (PIT) approvato dalla Regione nel 2014.

Il Parco di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli è il luogo ideale per sperimentare nuove forme di governo del territorio, che accolgano al tempo stesso le sfide della conservazione dei paesaggi “storici” che lo caratterizzano ( e non di una generica rinaturazione)  e della promozione di un’agricoltura e di un’economia autosostenibili, turismo compreso.

La Società dei territorialisti invita quindi la Regione Toscana a fare di quest’area protetta un grande laboratorio, utile a tutta la Toscana. Occorre perciò lanciare una nuova ottica di gestione, uscendo da quella che attualmente mette il Parco in condizioni di estrema difficoltà, a partire dalla necessità di attirare risorse economiche per mantenersi in vita.

Ecco perché ci sembra fondamentale che la Regione ponga estrema attenzione nell’individuare persone di grande competenza, indipendenti e capaci di mettersi in relazione con le forze positive del territorio, con l’ambizione di sviluppare visioni di lungo periodo per la tutela dell’ambiente e lo sviluppo socio-economico dell’area, al di fuori delle logiche dell’appartenenza politica e secondo criteri trasparenti.

Rilanciare il Parco regionale, salvaguardando la sua funzione storica e sviluppando il ruolo di laboratorio di governance territoriale, è una sfida di estremo interesse per arginare il rischio di degrado territoriale e favorire condizioni di coerente sostenibilità ambientale, sociale ed economica.


febbraio 17th, 2016|Appelli|

APPELLO PER LE CITTA’ E PER I TERRITORI DI ACCOGLIENZA

Le città sono storicamente i luoghi della convivenza umana, quali che siano le diverse forme di questa convivenza. Sono luoghi di socializzazione, di incontro, di scambio, di riconoscimento dell’altro, di innovazione. In esse la convivenza non è necessariamente pacifica, ma da sempre in essi si materializzano le relazioni tra differenti culture e le opportunità di un’accoglienza dell’altro. Tuttavia il motto: l’aria della città rende liberi si è prolungato ben oltre l’epoca in cui gli schiavi sottoposti al lavoro nei campi potevano diventare realmente liberi se avessero trovato lavoro in città. Perché la città è stata sempre il luogo delle opportunità, degli incontri, della cultura, dell’accoglienza. Oggi il paradigma dominante dell’economia neoliberista, basato sul mito dell’affermazione individuale, è prevalso anche nella politica della città, nella vita quotidiana della città; si è diffuso molecolarmente nelle relazioni tra gli individui. Così che la città da oikos e culla, grembo materno, rifugio, si è trasformata in un incubo, in un paesaggio darwiniano dove sopravvive solo “il più adatto”.

E le città europee sono sempre state luoghi nei quali le differenze specifiche non hanno mai dato vita a rigide politiche delle identità. L’aria delle città rendeva liberi anche perché le realtà comunali sono sempre state luoghi di incrocio tra identità diverse, laboratori di meticciato, a differenza degli Stati unitari che hanno spesso perseguito obiettivi identitari basati sul rapporto esclusione/inclusione. E dalle città europee sono partiti i movimenti culturali, le innovazioni politiche e scientifiche mentre le politiche basate sull’identità hanno mortificato le spinte innovative prodotte all’interno di esse.

Uno degli argomenti più a favore della globalizzazione è stato quello che con essa si abbattevano le barriere nazionali: nessuno più ostacolo alla libera circolazione delle merci e dei denari. E’ successo invece che gli stati nazionali, pur perdendo parte notevole della loro sovranità, stanno erigendo barriere fisiche contro i “nemici” che provengono dai paesi del sud del mondo per difendere l’opulenza conquistata attraverso il colonialismo predatorio. Così l’Europa rinnega, come molti autorevoli studiosi hanno fatto rilevare, la sua grande tradizione di luogo di incontro e di scambio, di culla originaria di una cultura e di una scienza alla base della civiltà moderna.

La vocazione dei territori e delle città non è quella di essere luoghi culturalmente autarchici e segregativi. Al contrario sui territori si intrecciano storie e nascono nuove identità perché essi sono gli esiti di una lunga coevoluzione tra cultura e natura, così come le città sono plurimondi di vita.

Noi appartenenti alla Società dei Territorialisti che coltiviamo l’idea di un territorio come intreccio di vita umana e natura, ci dichiariamo contrari a ogni costruzione di muri, contrari ai respingimenti umani, contrari all’uso di esso come luogo di discriminazione e separazione, contrari a ogni forma di difesa identitaria basata sul riconoscimento esclusivamente nazionale. Pensiamo che si debba ricordare il ruolo fondamentale delle città come luoghi dello stare insieme, della convivenza, della solidarietà.

E occorre ripensare i nostri territori e soprattutto le loro aree interne in via di spopolamento, come possibili contenitori destinatari di una rinascita che veda nel migrante uno dei protagonisti: luoghi da cui ripartire come momento dell’accoglienza, per porre le basi di legami non solo occasionali; trama e ordito di un tessuto sociale in cui si riconoscano e crescano le generazioni future.

Oggi che milioni di diseredati fuggono dai propri paesi per guerre, per fame, per cambiamenti climatici insostenibili, le città europee e i loro abitanti hanno l’opportunità, come successo recentemente in molti comuni italiani, austriaci, germanici, di accoglierli per ricostruire il senso originale della città.

Il nostro non è dolce e ingenuo buonismo. Sappiamo che la convivenza non è mai pacifica, che essa ha un costo fatto di rinunce e di dolorose ibridazioni. Sappiamo che molte persone la sentono minacciosa; immaginano e temono che essa possa attentare alle loro sicurezze acquisite spesso a caro prezzo e con grande sacrifici. Ma se inseguissimo questa tendenza tradiremmo il senso profondo della nostra storia europea che ha nei territori e nei municipi le sue più alte espressioni di civiltà. Da questa storia grandiosa ci viene anche una lezione: è stato proprio il processo di ibridazione di popoli e culture svoltosi in forme anche cruente per secoli nel Mediterraneo a fare grande l’Europa, come ci ha insegnato Fernand Braudel.

 

Firmatari

Alberto Magnaghi (Presidente della Società dei Territorialisti), Paolo Baldeschi, Mariolina Besio, Piero Bevilacqua, Luisa Bonesio, Paola Bonora Gianluca Brunori,  Roberto Camagni, Lucia Carle, Giuseppe Dematteis, Sergio De La Pierre, Giorgio Ferraresi, Francesco Lo Piccolo, Sergio Malcevski, Ezio Manzini, Anna Marson, Ottavio Marzocca, Massimo Morisi, , Raffaele Paloscia, Giancarlo Paba, Rossano Pazzagli, Luigi Pellizzoni, Tonino Perna,  Daniela Poli, Marco Slanislao Prusicki, Massimo Quaini, Saverio Russo, Enzo Scandurra, Gianni Scudo, Alberto Tarozzi, Giuliano Volpe

ottobre 6th, 2015|Appelli|

Pierre Donadieu, “Scienze del paesaggio. Tra teorie e pratiche”, ETS, Pisa, 2014

recensione di Rossano Pazzagli

 

Il paesaggio come ambito della conoscenza multidisciplinare e delle professioni, ma anche come fattore di identità territoriale e come progetto. È questo il succo del libro di uno dei massimi paesaggisti europei, tradotto in italiano da Andrea Inzerillo e pubblicato dalla casa editrice pisana con una prefazione di Enrico Falqui e una postfazione di Gabriele Paolinelli. Al di là della polisemia del termine, nel tempo e nello spazio si sono succedute e mescolate diverse concezioni del paesaggio: culturalista, funzionalista, ambientalista… fino alla Convenzione europea del paesaggio (CEP) che invita a mettere insieme protezione, gestione e pianificazione, spostando l’attenzione dalla sfera scientifica a quella delle politiche del paesaggio, delle politiche pubbliche sul paesaggio che in certi casi hanno considerato separatamente, in altri in modo integrato, il paesaggio e il patrimonio storico. Quello di Donadieu è un libro prevalentemente dedicato alla Francia, scritto per mettere ordine nel profilo formativo e professionale del paesaggista francese; ma ricostruisce anche il quadro europeo delle politiche per il paesaggio, evidenziando le differenze tra nord e sud Europa. In tale quadro l’Italia emerge come un paese nel quale si è raggiunto presto un intreccio tra bellezze naturali e monumenti, tra paesaggio e patrimonio storico, a partire dalle leggi dell’età liberale (1905, 1909, 1922), ma soprattutto con le due leggi del 1939 che stanno ancora alla base, nella sostanza della politica italiana sul paesaggio: la legge 1497 (bellezze naturali) e la legge 1089 (cose di interesse artistico e storico). È la stessa linea che si ritrova nell’articolo 9 della Costituzione Italiana, che Donadieu si dimentica di citare, mentre riprende il filo dei riferimenti normativi con la istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali (1975), la legge Galasso (1985), la legge 394 (1991) sui parchi e le aree protette, fino alla emanazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004-2008) e alla ratifica della CEP da parte dell’Italia (2006).

Una particolare sottolineatura è dedicata al ruolo delle Regioni e all’esperienza di alcuni contesti regionali. Proprio il Codice assegna ad esse il compito di sottoporre a specifica normativa d’uso il territorio mediante piani paesaggistici, da elaborare di concerto con il Ministero. Ma quante regioni l’hanno fatto a distanza di oltre dieci anni dalla prima emanazione del Codice? Soltanto una in via definitiva (la Puglia) e un’altra in fase di approvazione finale (la Toscana), poi ancora ail buio, o quasi. Il piano paesaggistico non è solo un progetto, ma in primo luogo un piano dei valori. E i valori del paesaggio – scrive Donadieu – dipendono dalle comunità coinvolte, trattandosi di un bene comune paesaggistico. Il paesaggio in quanto bene comune deve essere accessibile e condiviso, aprendosi al concetto e alla pratica della partecipazione, che trova nella dimensione locale il terreno privilegiato per essere praticata. La dimensione locale, la partecipazione, il legame con la pianificazione territoriale e, infine, il rapporto tra paesaggio e democrazia. Donadieu non lo dice esplicitamente, ma sembra di capire che la crisi attuale del paesaggio sia in qualche misura corrispondente alla crisi della democrazia, cioè dei metodi partecipati di elaborazione delle scelte. Su questi aspetti Pierre Donadieu si avvicina molto all’impostazione dei territorialisti italiani, cioè ad una visione del territorio come coevoluzione tra uomo e natura che riunisce componenti naturali, culturali e storiche. Si tratta di una visione che riprende, anche qui senza che venga espressamente citato (ma lo fa Falqui nella prefazione), l’impostazione di Emilio Sereni e della sua Storia del paesaggio agrario: una storia del paesaggio che sta all’incrocio tra geografia e agricoltura, la geoagronomia, come la chiama Donadieu sulla scorta di Deffontaines.

Il volume, già pubblicato in Francia nel 2012, non è soltanto un manuale per paesaggisti, ma contiene anche molte indicazioni utili per superare la debolezza formativa sul paesaggio, per promuovere adeguate strategie educative, per favorire un’ottica realmente multidisciplinare. È, soprattutto, l’invito a riflettere sui rapporti tra paesaggio e società, sia nei processi di costruzione del paesaggio che nell’orizzonte nuovo della percezione del paesaggio come fondamento delle politiche, tenendo presente che il conflitto è uno dei motori della costruzione del paesaggio e che la messa in atto di piani e di progetti di paesaggio è uno strumento di democrazia, un modo per tendere al benessere individuale e al benessere sociale delle persone. Il tutto non ponendo il paesaggio sotto una campana di vetro, ma cercando di governare in modo pubblico le trasformazioni, anziché subirle come in gran parte sta avvenendo. Sembra spuntare un’equazione, insomma, tra bel paesaggio e buona politica. Si tratta di un mondo ideale? Si chiede infine Donadieu. Si – risponde riecheggiando ciò che scriveva Alberto Magnaghi nel suo Progetto locale – forse sono utopie, ma utopie realiste!

agosto 28th, 2015|Appelli|

Antonella Tarpino, “Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro”, Einaudi, 2012

recensione di Lucia Carle

 

Intenzionalmente Antonella Tarpino, storica della memoria dei luoghi e convinta che questi ne abbiano comunque una, fa qui parlare la memoria di luoghi simbolo. Dalla borgata di Paraloup, alpeggio sulle montagne cuneesi che ospita nel ’43 la prima formazione partigiana guidata da Duccio Galimberti e Livio Bianco, per finire con un luogo che non è un villaggio, né una città, né un quartiere, ma unicamente un luogo di morte, le Fosse Ardeatine. La formula è quella del Grand Tour ma declinata al minuscolo, attraverso la Bassa padana lombarda delle rivolte contadine e l’Appennino di catastrofi, terremoti, eccidi e ancora rivolte, Aquila, Onna, fino all’Irpinia e all’Aspromonte. Sono territori in sofferenza che mandano segnali di cambiamento. Li ha percorsi tutti, in gran parte a piedi, ponendosi dal loro punto di vista per coglierne l’anima attraverso la memoria. Operazione difficile e complessa – la memoria è un materiale pericoloso – e per portarla a termine ha interrogato i luoghi, in una contrapposizione, subito dichiarata, fra luoghi abbandonati ma parlanti e macerie mute (i capannoni industriali abbandonati, gli edifici incompiuti…). Nella prima parte il rapporto con le rovine esterna considerazioni ed emozioni, denso di riferimenti poetici e letterari, a significare per il lettore, a prevenirlo in qualche sorta, che il rapporto con la memoria dei luoghi non può prescindere dal bagaglio individuale di ciascuno di noi, in altri termini dalla nostra storia personale. I successivi capitoli sono dedicati all’esperienza che di questi luoghi fa l’autrice per arrivare a cogliere lo spirito della loro specifica memoria.

Di Paraloup, dopo il racconto, che segue le persone più che gli eventi dell’epopea partigiana, viene ricordata la logica che la Fondazione Revelli ha messo in opera per ricostruire l’abitato, il suo uso e il suo profilo, secondo il principio della riconoscibilità di ogni intervento. Restituzione, recupero per un uso nuovo che si vuole in continuità con l’antico, nel mantenimento di una Memoria che si vuole feconda per il futuro. Una scommessa (…) densa di trappole viene definita quella di Paraloup che tenta di fare della borgata abbandonata un laboratorio. La continuità è costituita dal voler essere questa una scuola di sopravvivenza, diversa certo, ma in linea con tutto il passato di Paraloup, che ha visto la messa in opera e la trasmissione di tutte le tecniche di sopravvivenza necessarie, alle generazioni di contadini montanari che l’hanno abitata come ai partigiani della guerra di liberazione che l’hanno scelta come base.

Lo sviluppo del libro si basa sulla capacità di usare le fonti nella loro molteplicità, come ad esempio nell’utilizzo di fonti letterarie e cinematografiche per analizzare, in questo viaggio in discesa dello stivale, lo spirito del Po, nonché l’evoluzione della vita che vi si svolge e delle sue modifiche. Nell’arco di cinquant’anni, prima e dopo i processi che ne hanno determinato la catastrofe ecologica descritta da Olmi in “Lungo il fiume”, la contaminazione del fiume diventa con le sue rovine liquide esempio e simbolo di vita tradita. Dopo la montagna, il Po è insieme scenario e introduzione ad un altro territorio, quello della pianura omonima. Il paesaggio, con cui le cascine per le loro caratteristiche sono in simbiosi, rinvia ad un’altra memoria sociale significativa, quella della lega socialista di fine ‘800 e dei movimenti contadini del 1948. Terra di capitalismo agrario, modo di proprietà diverso da altri (piccola proprietà del nord-ovest; mezzadria del centro; latifondo del sud): il paesaggio e i suoi abitanti rinviano attraverso la loro memoria, scritta in entrambi, ad una specificità che si dilata, parte della coscienza collettiva dell’intera penisola. Paesaggio segnato da un’agricoltura avanzata e innovativa per diversi aspetti, ma praticata da un tessuto sociale sottomesso a consuetudini tradizionali ormai inaccettate dagli interessati (siamo nel 1948). Le fonti utilizzate per la pianura padana sono letterarie, saggistiche, d’archivio, fotografiche, cinematografiche, orali… particolari e specifiche, come la ricerca sulla cascina Calderon di Vho degli alunni del maestro Mario Lodi nella scuola di Piadena degli anni ’60. La pratica dell’incrocio delle fonti che l’autrice fa trasparire nel racconto del suo lavoro, risulta essere uno degli aspetti, involontariamente, o meglio naturalmente, più didattici del libro. Esemplificativa di come l’osservazione di un territorio, che ne precede l’analisi, necessiti dell’uso opportuno di molteplici fonti (e qui sta la maestria dell’autrice) e di come queste, le più disparate, esistano, e basti saperle trovare (altra prova di evidente maestria). L’insegnamento, sottinteso, ma non troppo, salta agli occhi: la conoscenza di ogni territorio necessita di un bagaglio di conoscenze degli approcci altri e diversi che ne sono stati fatti e tale conoscenza preliminare è inevitabile. Nel viaggio nelle cascine della Bassa (Pozzo Baronzio, Ca’ de Caggi, Falchetto detta “El Calderon”) la famiglia Grasselli esemplifica la consistenza dei patrimoni familiari attraverso la lettura documentatissima dei bambini del maestro Lodi. Sono loro – e sembra di vederli intenti all’esercizio di conversione aritmetica (1200 pertiche, di cui 4000 vendute nel 1958, cioè 9.696.000 mq) – a rendere tangibile la consistenza dell’enorme patrimonio di quasi mille ettari più la Filanda di Canneto. Nell’incrocio delle fonti, orali e visive, nonché documentarie, la continuità dei cognomi, dei padroni come dei lavoratori ai vari livelli, disegna una rete sociale che attraversa le generazioni. L’autrice vuole continuamente sfuggire alla tentazione di compiacersi nel ritrarre mondi chiusi, fissati in istanti, periodi, momenti privilegiati, e perduti per sempre. Dall’organizzazione del lavoro nelle cascine della Bassa lombarda, fra Ottocento e un relativamente prossimo Novecento, a quello che queste sono diventate, in tempi non lontani. La cascina Piccolo Sforzosi diventata Casa delle arti e del gioco grazie al maestro Lodi; Azzali, sede della Lega della cultura, fucina di inchieste a partire dagli anni ’50 nei paesi della bassa cremonese, secondo gli insegnamenti di Gianni Bosio e del gruppo che farà capo all’Istituto Ernesto de Martino. Ma anche Badia, dove Bertolucci girò il suo Novecento. Potenza dell’evocazione visiva, dell’osservazione diretta, del cinema e della fotografia. Fonti queste che documentano la memoria dei gesti, talvolta più e meglio della scrittura, come la foto di Morandi che nel posizionare i sacchi di grano rimanda all’esecrata regola del un sacco su tre che scandisce il rapporto economico e sociale fra lavoratori e padroni. E’ l’osservazione delle cascine ancora produttive a dare la misura delle differenze intervenute: nuove tecnologie, nuove proporzioni, nuovi lavoratori. Duecento vacche invece di sedici per ogni mungitore indiano che ha preso il posto degli antichi bergamini; inseminazione artificiale; alimentazione spinta; animali, ancora, tristi; modifica del paesaggio ad opera delle nuove macchine agricole. Gli indiani, che vivono in famiglia, dicono di far volentieri questo lavoro, perché insieme ad esso vi è la casa. E’ questo antico binomio della cascina cremonese, lavoro/casa, a costituire la continuità con il passato. Varie cascine sono invece diventate sedi di agriturismi, alcuni lussuosi in antiche dimore aristocratiche, e centri benessere. Molti gli agriturismi situati nelle cascine già sedi di lotte agrarie. Al conflitto è subentrata la quiete, o meglio la sua ricerca: le due componenti, secondo l’autrice, che accomunano il Po e l’Oglio.

La memoria delle catastrofi nell’Appennino rinvia ad altri terremoti: Lisbona (1775), Istanbul (fine anni ’90 del Novecento); quello calabro-messinese del 1783. Lungo la dorsale appenninica, per l’Abruzzo, come per l’Irpinia, fino alla punta dell’Aspromonte, le catastrofi non si limitano ai terremoti, e questi non appartengono solo alla memoria recente. Gli ultimi rimandano a quelli più remoti, per cui è possibile misurare il peso di una memoria più lunga, vederne le tracce, come le traduzioni nel passato recente e nel presente. Lo stesso per le catastrofi, legate ad altri eventi naturali, come le inondazioni, o umani, come la guerra e le lotte sociali. Tutte sono trattate seguendo il filo della memoria legata ad un luogo specifico, diverso dagli altri pur se assoggettato a sventure similari. Per ognuno di questi luoghi – L’Aquila, S.Stefano di Sessanio, Calascio, Castel del Monte, Paganica e Onna in Abruzzo; Fiumeri, Carbonara, Aquilonia, Conza in Irpinia – la memoria si rivela preziosa per i contemporanei, per il loro futuro. Qui sono gli oggetti, rimasti fra le rovine dei terremoti o ricomposti nei musei, a giocare un ruolo chiave, per gli individui come per la collettività. A Onna le macerie del terremoto del 2009 ricordano per gli abitanti quelle della strage del 1944, quando i Tedeschi fecero saltare con le mine una decina di case nel centro del paese. La ricostruzione prese decenni e oggi come allora il masso del Pinnerone fu recuperato quale importante simbolo della socialità collettiva. Qui per i superstiti il futuro è fondato sulla memoria, alimentata da pochi oggetti ricuperati (due tazze con il nome delle figlie morte, una bottiglia…) oppure ricomprati uguali (la stessa bambola porta sacchetti per l’immondizia, distrutta con la casa, cercata e comprata identica) a cui si attribuisce alto valore simbolico. E’ un uso della memoria per ricostruire, quello che qui viene fatto dagli abitanti. A Carbonara/Aquilonia il museo etnografico della civiltà contadina (14000 oggetti in 108 sale su 1500 mq) ripropone con gli oggetti ricorrenti nelle descrizioni dei due eventi (il massacro del 21 ottobre 1860 da parte dei “cafoni” degli odiati galantuomini notabili progressisti filogaribaldini, che detenevano le carte dei crediti loro dovuti, con il saccheggio dei loro palazzi e il terremoto del 1930) una memoria pacificata, rimettendoli al loro posto (la lavagna nella stanza della scuola, la biancheria nei cassetti, gli attrezzi riuniti), in una sorta di utopia del passato. A compensare il carattere anonimo della nuova Aquilonia, ricostruita intorno alle baracche dopo il sisma del 1930, nella tentata riconquista di un “centro” della propria storia, percepita come vero e proprio “bene comunitario”. Dopo quel terremoto, l’unico edificio interamente recuperato all’interno dell’area di Aquilonia (Carbonara fino al massacro del 1860) sarà il cosiddetto Parco Archeologico.

Le ricostruzioni, spesso in stridente contrasto, non sottraggono agli antichi siti in rovina il loro valore intrinseco. La ricostruzione di Fiumeri dopo il terremoto del 1980 mostra volumi disarmonici in contrasto con le proporzioni ancora intuibili del vecchio abitato. Quanto a Conza nuova, dove si è trasferito l’intero abitato dopo il terremoto del 1980 (Sella di Conza ne è stata l’epicentro con 184 vittime e l’85% dei vani distrutti), il paese ricostruito mostra le parvenze di un grande sito cimiteriale. Imbiancato di fresco, la memoria interrata. In una sorta di tipologia, l’autrice distingue gli abbandoni a lento scorrimento nelle Alpi Piemontesi, in Liguria e anche in Calabria, e i caseggiati rurali in declino nella Bassa padana, dagli abbandoni da terremoto. E si interroga su quanto questo evento limite condizioni la qualità della memoria per le comunità locali: forse, per meglio dire, la percezione del senso che un gruppo ha del proprio territorio sventrato e riconfigurato dalle catastrofi. Di Conza, già importante sede arcivescovile dell’Irpinia soprattutto fra Cinquecento e Ottocento, l’ultimo sisma ha cancellato l’antico abitato segnandone la fine. Diversamente da quanto avevano fatto i numerosi terremoti precedenti, nel 1361, 1668, 1694, 1852, per non citarne che alcuni. Anche il foro romano, riemerso sotto le rovine dell’ultimo, sembra essere stato abbandonato dopo un sisma nel 990. Qui contribuiscono a restituire la memoria gli archivi, con la descrizione ad esempio delle visite pastorali, e le iscrizioni sui monumenti romani. Così l’ultima catastrofe ha contribuito ad accrescere i contenuti della memoria della città, restituendo informazioni e dettagli sepolti già da secoli e permettendone la riappropriazione agli abitanti che più non vi vivono. La complessità delle fonti e la sottintesa necessità di intrecciare la loro natura risultano in evidenza: il lavoro a monte di storici, archivisti, etnologi, antropologi, appare scontato e indispensabile al lavoro di lettura e interpretazione che l’autrice (non a caso storica di formazione) compie consapevolmente. Nelle fonti si ritrovano dati della memoria inattesi, come i 58 preti della diocesi che appaiono iscritti alle vendite carbonare. Nel Museo del parco archeologico si ritrova la città, nelle fotografie e negli oggetti, essenziali entrambi. Nel borgo abbandonato gli abitanti vanno raramente, ad eccezione di qualche nonno con i nipoti. A Natale però, per la pratica dei presepi viventi, la presenza, anche dei vecchi abitanti emigrati altrove, vi è massiccia e generale,. Conza è, per l’autrice, un esempio di memoria protetta, (…) che si può esperire, almeno per ora solo in forme rituali. E solo in certe occasioni, con la copertura del conforto della fede. Qui, come altrove, il terremoto sembra aver dato la spinta finale a un mondo in declino, da cui sono poi partiti gli emigranti.

Anche se non illustrato dalle carte, che mancano, il filo conduttore del viaggio è geografico: le Alpi, gli Appennini e il mare, quello braudeliano, rovesciato, che obbliga ad uno sguardo dal dentro. Innanzitutto le montagne, secondo la visione di Braudel, riferimento latente e più volte evocato. Per questo la Calabria va guardata dal di dentro: le sue coste alte e frastagliate appaiono una barriera verso e non dal mare. L’interno montuoso, frammentato, spezzato della Calabria e le rovine degli edifici incompiuti sul litorale generano i suoi paesaggi. Come nella Locride quello dell’antico borgo di Pentadattilo – che rimanda alla lontana memoria di sterminio della Pasqua del 1686, quando il barone di Montebello vi uccise l’intera famiglia degli Alberti, marchesi di Pentadattilo –  abbandonato negli anni successivi all’alluvione del 1953. Le nuove case moderne per gli abitanti furono costruite alla Marina. Anche quella degli abitanti di Africo, fondato nel IX secolo a 70 km dalla costa ad arginare le scorrerie saracene, e della frazione di Casalnuovo fu una migrazione obbligata verso il mare. Per quattro giorni nell’ottobre del 1951 entrambi furono investiti da una bufera di vento, pioggia e nevischio, con frane, crolli, smottamenti, bestiame trascinato nel fiume, tetti che si sgretolavano. Gli abitanti, sfollati provvisoriamente a Bova, non tornarono più. Dopo anni (nell’autunno del 1972 i capifamiglia rivendicavano ancora l’assegnazione del suolo edificatorio) fu decisa la ricostruzione di Africo nuovo sulla costa, entro i confini del comune di Bianco. Sul prima come sul dopo della vicenda, segnata da lunghe storie di strade mancate, sembra aver planato la ndrangheta. La strada che avrebbe dovuto congiungere Africo vecchio a Bova, avviata negli anni ’40, non fu mai terminata; quella di Casalnuovo, realizzata poco prima dell’alluvione, venne distrutta dalla stessa. Quella promessa per influenzare la scelta dell’abbandono per il nuovo insediamento alla marina non fu mai costruita. La sua non realizzazione tagliò il cordone ombelicale del paese, di tradizioni contadine e non marinare, con la terra abbandonata (5000 ettari con un patrimonio zootecnico di 6000 capi al momento dell’abbandono). Per tenere in vita il collegamento gli Africoti riadattarono al nuovo contesto geografico il percorso del tradizionale pellegrinaggio religioso al Santuario di San Leo, in località Mingiola, dove si recano a piedi dal vecchio cimitero. E’ questa l’occasione per ritornare nell’antico abitato che si trova a mezz’ora da quest’ultimo e su cui già aveva infierito il terremoto di Messina del 1908. E’ il paese antico con i suoi ruderi così difficili da raggiungere che custodisce il “senso del luogo” richiamando anche immigrati dal Nord Italia o dagli Stati Uniti. Sulla costa, Riace, in tempi più recenti, è invece riuscito a contrastare l’abbandono. Il paese è stato ripopolato dai profughi rifugiati politici di una carretta del mare, ad opera del sindaco, con il patrocinio di Laura Boldrini, allora alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Riace è diventato un laboratorio, con un sistema di botteghe di artigianato locale, in cantine abbandonate riadattate, vivace, colorato e molto visitato. Una salvezza venuta dal mare, con cui il rapporto è stretto e che costituisce qui l’elemento di continuità. Non a caso i bronzi ritrovati il 16 agosto 1972, e poi trasferiti a Reggio Calabria, richiamarono subito negli abitanti i venerati santi medici Cosma e Damiano, giunti dallo stesso mare.

Il viaggio abbandona alla fine la logica geografica nel privilegio della logica simbolica e si conclude alle Fosse Ardeatine, più che luogo cruciale della memoria resistenziale il simbolo universale del sacrificio di chi s’immolò pagando con la vita, l’opposizione alla violenza. Celebrò l’unione concorde degli italiani per la liberazione e la rinascita della patria, divenendo oggetto di un imponente uso pubblico della storia in continuità (…) con la retorica eroica del Risorgimento e lo spirito patriottico della prima guerra mondiale.

La volontà di immedesimazione dell’autrice in tutti i luoghi visitati, ai fini della massima comprensione, risulta evidente. In tutti si vuole cogliere la continuità e soprattutto la proiezione della memoria identificata: una memoria che, nel rifiuto di qualsiasi nostalgia, qualifica il presente e proietta verso il futuro. Ne risulta un libro da leggere, anche per imparare tecniche e modi di osservazione prima che di analisi. Un libro in cui la pluridisciplinarietà si concretizza, mostrando tutte le sue potenzialità e i vantaggi possibili nell’approccio al territorio, ma soprattutto l’estrema difficoltà che la sua pratica richiede, nella consapevolezza dei saperi necessari. Imparo, apprendo, scopro, ripete spesso l’autrice a ribadire quella messa in pratica dell’umiltà intellettuale, che costituisce la premessa di tale consapevolezza, indispensabile nell’approccio a terreni/territori sconosciuti.

agosto 24th, 2015|Appelli|

Lucia Carle, “Dinamiche identitarie. Antropologia storica e territori”, Firenze University Press, Firenze, 2012

recensione di Antonella Tarpino

 

Nel libro di Lucia Carle, che incrocia in maniera fortemente produttiva antropologia e storia (discipline solo in apparenza contigue) il territorio assume una doppia valenza: oggetto dell’indagine ma insieme misura, banco di prova per la messa a punto delle categorie cruciali che lo raccontano nelle stratificazioni del tempo lungo: identità, memoria collettiva, coscienza di appartenenza.

L’identità, in linea con Lévi-Strauss, viene considerata, già fin dal titolo, in senso dinamico, in un confronto attivo con i cambiamenti vorticosi in atto che segnano progressivamente i territori. Con una premessa di base. L’indagine  è finalizzata non alla ricerca/conservazione della natura originaria del territorio (che tra l’altro non è data, i luoghi ci ricorda Salvatore Settis, sono in continuo movimento) ma “alla prosecuzione dell’opera di territorializzazione secondo criteri e forme innovative acquisendo tuttavia per questo intento progettuale – secondo l’orientamento di Alberto Magnaghi – le regole di sapienza ambientale che hanno realizzato il tipo in epoche precedenti”. Così da riconoscere  quei valori fondativi, che pur in quadro mobile  e di lunga durata,  contrassegnano un dato territorio.

Alla base dell’identità culturale di un territorio non sono dunque  le sue configurazioni geografico-amministrative, quali limiti  e frontiere (snodo decisivo a mio parere) bensì il modello sociale tendente ad autoconservarsi e ad autoriprodursi nel tempo. Oltre la soglia effimera del presente, vanno reperiti nell’indagine gli indicatori profondi di ciò che la Carle definisce “coscienza di appartenenza”a un territorio: trascrivendone le continuità e le rotture lungo la linea accidentata della lunga durata.

Identità o per meglio dire coscienza di appartenenza che acquista tanto più senso dentro un quadro di riferimento più ampio e si dispiega, agli occhi dei suoi abitanti, lungo almeno tre orizzonti spaziali:

Relativo, quello immediato, dei bisogni vitali in cui l’individuo inscrive la sua vita  ed i suoi bisogni quotidiani (un podere, un borgo, un paese, una città): percorribile a piedi o a cavallo in antico regime si dilata poi con il treno, l’automobile, l’aereo….

Circoscritto, comune a una o più aree, corrisponde allo spazio/tempo degli itinerari commerciali comuni, delle frontiere, dei cicli demografici.

Allargato, quello invece delle ambizioni politiche o dinastiche, delle strategie economiche su larga scala, delle frontiere religiose.

Definito il campo d’indagine, risulta con evidenza quanto l’identità – osserva con acutezza – non si esaurisca né nel luogo, né nel territorio.  Anzi, come nel caso degli immigrati si può parlare di identità senza territorio, perpetrata semmai nella memoria. E dove il territorio funge, si può dire, da specchio di altri territori.

 

Identità e Stato nazionale

L’identità nei secoli del moderno è stata associata per lo più al quadro dello Stato nazionale. Ma il caso Italia conduce  l’autrice a fronteggiare il tortuoso percorso storico che conduce solo in epoca relativamente recente rispetto ad altri nazioni europee, alla costituzione dello Stato unitario in conseguenza delle battaglie del Risorgimento.

E qui – osserva con particolare interesse – si apre un forte divario fra consapevolezza storica e coscienza storica  degli abitanti della penisola. E’ la stessa nozione d’Italia a  disperdersi, frangendosi  lungo i secoli in una serie infinita di diverse “patrie”: dalla signoria locale tardo medievale all’episcopato, alle civitates scontando, la prevalenza, fin alle soglie della riunificazione, degli antichi stati (a raggio regionale). Si è depositata così nella memoria collettiva la percezione,  a partire almeno dall’epoca post rinascimentale, di un’univoca età di decadenza, consumata sotto l’onnipresente dominio straniero, solo in parte riscattata (così è nel sentire corrente) dalla politica conquistatrice di uno Stato fra gli antichi stati,  anzi di una dinastia, poco italiana tra l’altro, quale quella dei Savoia. Quando al contrario, per ricorrere a un orizzonte allargato, la riunificazione post risorgimentale si sa, si rivelerà possibile solo  in un quadro europeo (al cui interno si muoveranno del resto gli stessi protagonisti) “con l’appoggio dei cannoni francesi e il beneplacito politico inglese”.

Ecco si può dire allora che la  memoria collettiva non solo non sia sinonimo di coscienza storica, come fa osservare, ma ne rappresenti in larga parte, se così si può dire, la dimensione incosciente. Quasi che – radicalizzando le conclusioni della Carle – nell’esperienza a lungo mancata di una memoria territoriale unificata (identità anche la nostra senza territorio?) la memoria collettiva si ponga per così dire contro la storia. Riflessioni, le mie, che fanno eco alle notazioni un po’ eretiche di un antropologo italo-americano come Vincent Crapanzano per il quale se la memoria è il sedimento, si potrebbe dire l’inerzia del tempo consustanziale alle comunità e alle loro espressioni territoriali, al contrario la storia riflette la velocità del cambiamento, il senso di fragilità temporale che deriva dall’accelerazione.

 

Come interrogare un territorio?

Coerentemente con le intenzioni dichiarate l’indagine prende a considerare le diverse metodologie atte ad indagare le difformi territorialità del nostro Paese con il fine esplicito di procedere a un intervento attivo di pianificazione.  Interviste sul campo. Mi ha colpito la serie di raccomandazioni di metodo per approcciare l’intervistato (tecniche al confine fra antropologia e storia orale). E’indispensabile “saper mettersi fra parentesi senza scomparire”, “occorerà valutare dove è meglio intervistare (luogo pubblico o privato) in quale situazione (solo, accompagnato da chi?) a quale ora del giorno”…

Li ho associati ai criteri seguiti da Nuto Revelli nella raccolta delle testimonianze sul mondo contadino del Piemonte come  ha ricordato qualche anno fa Laurana Lajolo. E’ importante arrivare al momento giusto:  spesso in inverno, quando il tempo  trascorre lento nelle stalle e nelle cucine malriscaldate – avverte Laurana – aspettando che la memoria dei testimoni si riorganizzi, aprendosi con fatica agli altri.

Ma Lucia Carle indica un insieme combinato di tecniche, tra cui in primo piano quella del questionario particolarmente idoneo per rilevare il grado di coscienza d’appartenenza al territorio da parte degli abitanti (non escludendo però i turisti e gli abitanti delle frazioni). Facendoli esprimere ad esempio su temi mirati: il significato di certi monumenti e luoghi pubblici, l’organizzazione dello spazio urbano e in generale la qualità della vita del luogo.

Con una serie di avvertenze anche qui preliminari di segno teorico: l’identità locale degli Italiani non è definita dalle regioni. A questo proposito si può parlare al massimo di sentimenti di appartenenza comuni dettati per lo più dai dialetti e dalle tradizioni della cucina. Ponendo l’attenzione su quelle “sub-regioni che si estendono all’interno di una o più regioni amministrative e che talvolta sono frazionate in province”. Con attenzione a segnalare ogni contenuto identitario anche quando (il rilievo non è secondario)  questi contraddicono la ripartizione territoriale. E qui le considerazioni fra territori e dinamiche identitarie, tanto più orientate a un’impostazione operativamente territorialista, si fanno anche queste straordinariamente preziose e articolate.

Come nel caso delle regioni di confine o sub regioni, territori marginali quali la Garfagnana (in Toscana) percepita nella coscienza di appartenenza dei suoi abitanti non tanto per la delimitazione dei suoi confini politico-amministrativi, quanto semmai “per l’asprezza morfologica dei suoi versanti, per le difficoltà di vita legate a un’economia agricola povera o per le vie di comunicazione, religiose o commerciali, che l’hanno attraversata nel corso dei secoli”. O un’area territoriale sub regionale ma più strutturata come le Langhe nel Piemonte meridionale che hanno prodotto a tutti gli effetti un modello sociale esplicito (tendente ad autoconservarsi e ad autoriprodursi lo si diceva all’inizio) capace di esprimere  sul lungo periodo un patrimonio culturale specifico: paesaggistico, architettonico, urbanistico, alimentare e linguistico (io aggiungerei anche letterario). Un territorio caratterizzato da un modello sociale di lungo periodo, tra Seicento e prima metà del Novecento, fondato sul sistema della casa e legato all’unità di produzione e abitazione insieme costituito dalla cascina. Su quel modulo antico si innesterà (ecco in azione il fenomeno dell’autoriproduzione) a partire dagli anni Cinquanta del Novecento la figura dell’operaio contadino. Con quali caratteristiche? Lucia Carle ne indica una decina, tra cui:

famiglia mononuclare allargata, piccola proprietà (tra 10 e 30 ettari), policulture, autoconsumo, trasmissione patrimoniale ad un unico erede, emigrazione stagionale, sistemi di viabilità  prevalentemente in quota ad evitare l’instabilità dei terreni, le frane, le piene dei torrenti. Una prospettiva di ricerca basilare che rimescola, grazie al robusto impianto “annaliste” dell’autrice, approcci disciplinari (da noi ancora tendenzialmente paralleli) in un’interazione dagli esiti avvincenti: dove  il senso dei luoghi  è svelato oltre i luoghi comuni.

agosto 24th, 2015|Appelli|