recensione di Rossano Pazzagli

 

Il paesaggio come ambito della conoscenza multidisciplinare e delle professioni, ma anche come fattore di identità territoriale e come progetto. È questo il succo del libro di uno dei massimi paesaggisti europei, tradotto in italiano da Andrea Inzerillo e pubblicato dalla casa editrice pisana con una prefazione di Enrico Falqui e una postfazione di Gabriele Paolinelli. Al di là della polisemia del termine, nel tempo e nello spazio si sono succedute e mescolate diverse concezioni del paesaggio: culturalista, funzionalista, ambientalista… fino alla Convenzione europea del paesaggio (CEP) che invita a mettere insieme protezione, gestione e pianificazione, spostando l’attenzione dalla sfera scientifica a quella delle politiche del paesaggio, delle politiche pubbliche sul paesaggio che in certi casi hanno considerato separatamente, in altri in modo integrato, il paesaggio e il patrimonio storico. Quello di Donadieu è un libro prevalentemente dedicato alla Francia, scritto per mettere ordine nel profilo formativo e professionale del paesaggista francese; ma ricostruisce anche il quadro europeo delle politiche per il paesaggio, evidenziando le differenze tra nord e sud Europa. In tale quadro l’Italia emerge come un paese nel quale si è raggiunto presto un intreccio tra bellezze naturali e monumenti, tra paesaggio e patrimonio storico, a partire dalle leggi dell’età liberale (1905, 1909, 1922), ma soprattutto con le due leggi del 1939 che stanno ancora alla base, nella sostanza della politica italiana sul paesaggio: la legge 1497 (bellezze naturali) e la legge 1089 (cose di interesse artistico e storico). È la stessa linea che si ritrova nell’articolo 9 della Costituzione Italiana, che Donadieu si dimentica di citare, mentre riprende il filo dei riferimenti normativi con la istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali (1975), la legge Galasso (1985), la legge 394 (1991) sui parchi e le aree protette, fino alla emanazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004-2008) e alla ratifica della CEP da parte dell’Italia (2006).

Una particolare sottolineatura è dedicata al ruolo delle Regioni e all’esperienza di alcuni contesti regionali. Proprio il Codice assegna ad esse il compito di sottoporre a specifica normativa d’uso il territorio mediante piani paesaggistici, da elaborare di concerto con il Ministero. Ma quante regioni l’hanno fatto a distanza di oltre dieci anni dalla prima emanazione del Codice? Soltanto una in via definitiva (la Puglia) e un’altra in fase di approvazione finale (la Toscana), poi ancora ail buio, o quasi. Il piano paesaggistico non è solo un progetto, ma in primo luogo un piano dei valori. E i valori del paesaggio – scrive Donadieu – dipendono dalle comunità coinvolte, trattandosi di un bene comune paesaggistico. Il paesaggio in quanto bene comune deve essere accessibile e condiviso, aprendosi al concetto e alla pratica della partecipazione, che trova nella dimensione locale il terreno privilegiato per essere praticata. La dimensione locale, la partecipazione, il legame con la pianificazione territoriale e, infine, il rapporto tra paesaggio e democrazia. Donadieu non lo dice esplicitamente, ma sembra di capire che la crisi attuale del paesaggio sia in qualche misura corrispondente alla crisi della democrazia, cioè dei metodi partecipati di elaborazione delle scelte. Su questi aspetti Pierre Donadieu si avvicina molto all’impostazione dei territorialisti italiani, cioè ad una visione del territorio come coevoluzione tra uomo e natura che riunisce componenti naturali, culturali e storiche. Si tratta di una visione che riprende, anche qui senza che venga espressamente citato (ma lo fa Falqui nella prefazione), l’impostazione di Emilio Sereni e della sua Storia del paesaggio agrario: una storia del paesaggio che sta all’incrocio tra geografia e agricoltura, la geoagronomia, come la chiama Donadieu sulla scorta di Deffontaines.

Il volume, già pubblicato in Francia nel 2012, non è soltanto un manuale per paesaggisti, ma contiene anche molte indicazioni utili per superare la debolezza formativa sul paesaggio, per promuovere adeguate strategie educative, per favorire un’ottica realmente multidisciplinare. È, soprattutto, l’invito a riflettere sui rapporti tra paesaggio e società, sia nei processi di costruzione del paesaggio che nell’orizzonte nuovo della percezione del paesaggio come fondamento delle politiche, tenendo presente che il conflitto è uno dei motori della costruzione del paesaggio e che la messa in atto di piani e di progetti di paesaggio è uno strumento di democrazia, un modo per tendere al benessere individuale e al benessere sociale delle persone. Il tutto non ponendo il paesaggio sotto una campana di vetro, ma cercando di governare in modo pubblico le trasformazioni, anziché subirle come in gran parte sta avvenendo. Sembra spuntare un’equazione, insomma, tra bel paesaggio e buona politica. Si tratta di un mondo ideale? Si chiede infine Donadieu. Si – risponde riecheggiando ciò che scriveva Alberto Magnaghi nel suo Progetto locale – forse sono utopie, ma utopie realiste!