recensione di Lucia Carle

 

Intenzionalmente Antonella Tarpino, storica della memoria dei luoghi e convinta che questi ne abbiano comunque una, fa qui parlare la memoria di luoghi simbolo. Dalla borgata di Paraloup, alpeggio sulle montagne cuneesi che ospita nel ’43 la prima formazione partigiana guidata da Duccio Galimberti e Livio Bianco, per finire con un luogo che non è un villaggio, né una città, né un quartiere, ma unicamente un luogo di morte, le Fosse Ardeatine. La formula è quella del Grand Tour ma declinata al minuscolo, attraverso la Bassa padana lombarda delle rivolte contadine e l’Appennino di catastrofi, terremoti, eccidi e ancora rivolte, Aquila, Onna, fino all’Irpinia e all’Aspromonte. Sono territori in sofferenza che mandano segnali di cambiamento. Li ha percorsi tutti, in gran parte a piedi, ponendosi dal loro punto di vista per coglierne l’anima attraverso la memoria. Operazione difficile e complessa – la memoria è un materiale pericoloso – e per portarla a termine ha interrogato i luoghi, in una contrapposizione, subito dichiarata, fra luoghi abbandonati ma parlanti e macerie mute (i capannoni industriali abbandonati, gli edifici incompiuti…). Nella prima parte il rapporto con le rovine esterna considerazioni ed emozioni, denso di riferimenti poetici e letterari, a significare per il lettore, a prevenirlo in qualche sorta, che il rapporto con la memoria dei luoghi non può prescindere dal bagaglio individuale di ciascuno di noi, in altri termini dalla nostra storia personale. I successivi capitoli sono dedicati all’esperienza che di questi luoghi fa l’autrice per arrivare a cogliere lo spirito della loro specifica memoria.

Di Paraloup, dopo il racconto, che segue le persone più che gli eventi dell’epopea partigiana, viene ricordata la logica che la Fondazione Revelli ha messo in opera per ricostruire l’abitato, il suo uso e il suo profilo, secondo il principio della riconoscibilità di ogni intervento. Restituzione, recupero per un uso nuovo che si vuole in continuità con l’antico, nel mantenimento di una Memoria che si vuole feconda per il futuro. Una scommessa (…) densa di trappole viene definita quella di Paraloup che tenta di fare della borgata abbandonata un laboratorio. La continuità è costituita dal voler essere questa una scuola di sopravvivenza, diversa certo, ma in linea con tutto il passato di Paraloup, che ha visto la messa in opera e la trasmissione di tutte le tecniche di sopravvivenza necessarie, alle generazioni di contadini montanari che l’hanno abitata come ai partigiani della guerra di liberazione che l’hanno scelta come base.

Lo sviluppo del libro si basa sulla capacità di usare le fonti nella loro molteplicità, come ad esempio nell’utilizzo di fonti letterarie e cinematografiche per analizzare, in questo viaggio in discesa dello stivale, lo spirito del Po, nonché l’evoluzione della vita che vi si svolge e delle sue modifiche. Nell’arco di cinquant’anni, prima e dopo i processi che ne hanno determinato la catastrofe ecologica descritta da Olmi in “Lungo il fiume”, la contaminazione del fiume diventa con le sue rovine liquide esempio e simbolo di vita tradita. Dopo la montagna, il Po è insieme scenario e introduzione ad un altro territorio, quello della pianura omonima. Il paesaggio, con cui le cascine per le loro caratteristiche sono in simbiosi, rinvia ad un’altra memoria sociale significativa, quella della lega socialista di fine ‘800 e dei movimenti contadini del 1948. Terra di capitalismo agrario, modo di proprietà diverso da altri (piccola proprietà del nord-ovest; mezzadria del centro; latifondo del sud): il paesaggio e i suoi abitanti rinviano attraverso la loro memoria, scritta in entrambi, ad una specificità che si dilata, parte della coscienza collettiva dell’intera penisola. Paesaggio segnato da un’agricoltura avanzata e innovativa per diversi aspetti, ma praticata da un tessuto sociale sottomesso a consuetudini tradizionali ormai inaccettate dagli interessati (siamo nel 1948). Le fonti utilizzate per la pianura padana sono letterarie, saggistiche, d’archivio, fotografiche, cinematografiche, orali… particolari e specifiche, come la ricerca sulla cascina Calderon di Vho degli alunni del maestro Mario Lodi nella scuola di Piadena degli anni ’60. La pratica dell’incrocio delle fonti che l’autrice fa trasparire nel racconto del suo lavoro, risulta essere uno degli aspetti, involontariamente, o meglio naturalmente, più didattici del libro. Esemplificativa di come l’osservazione di un territorio, che ne precede l’analisi, necessiti dell’uso opportuno di molteplici fonti (e qui sta la maestria dell’autrice) e di come queste, le più disparate, esistano, e basti saperle trovare (altra prova di evidente maestria). L’insegnamento, sottinteso, ma non troppo, salta agli occhi: la conoscenza di ogni territorio necessita di un bagaglio di conoscenze degli approcci altri e diversi che ne sono stati fatti e tale conoscenza preliminare è inevitabile. Nel viaggio nelle cascine della Bassa (Pozzo Baronzio, Ca’ de Caggi, Falchetto detta “El Calderon”) la famiglia Grasselli esemplifica la consistenza dei patrimoni familiari attraverso la lettura documentatissima dei bambini del maestro Lodi. Sono loro – e sembra di vederli intenti all’esercizio di conversione aritmetica (1200 pertiche, di cui 4000 vendute nel 1958, cioè 9.696.000 mq) – a rendere tangibile la consistenza dell’enorme patrimonio di quasi mille ettari più la Filanda di Canneto. Nell’incrocio delle fonti, orali e visive, nonché documentarie, la continuità dei cognomi, dei padroni come dei lavoratori ai vari livelli, disegna una rete sociale che attraversa le generazioni. L’autrice vuole continuamente sfuggire alla tentazione di compiacersi nel ritrarre mondi chiusi, fissati in istanti, periodi, momenti privilegiati, e perduti per sempre. Dall’organizzazione del lavoro nelle cascine della Bassa lombarda, fra Ottocento e un relativamente prossimo Novecento, a quello che queste sono diventate, in tempi non lontani. La cascina Piccolo Sforzosi diventata Casa delle arti e del gioco grazie al maestro Lodi; Azzali, sede della Lega della cultura, fucina di inchieste a partire dagli anni ’50 nei paesi della bassa cremonese, secondo gli insegnamenti di Gianni Bosio e del gruppo che farà capo all’Istituto Ernesto de Martino. Ma anche Badia, dove Bertolucci girò il suo Novecento. Potenza dell’evocazione visiva, dell’osservazione diretta, del cinema e della fotografia. Fonti queste che documentano la memoria dei gesti, talvolta più e meglio della scrittura, come la foto di Morandi che nel posizionare i sacchi di grano rimanda all’esecrata regola del un sacco su tre che scandisce il rapporto economico e sociale fra lavoratori e padroni. E’ l’osservazione delle cascine ancora produttive a dare la misura delle differenze intervenute: nuove tecnologie, nuove proporzioni, nuovi lavoratori. Duecento vacche invece di sedici per ogni mungitore indiano che ha preso il posto degli antichi bergamini; inseminazione artificiale; alimentazione spinta; animali, ancora, tristi; modifica del paesaggio ad opera delle nuove macchine agricole. Gli indiani, che vivono in famiglia, dicono di far volentieri questo lavoro, perché insieme ad esso vi è la casa. E’ questo antico binomio della cascina cremonese, lavoro/casa, a costituire la continuità con il passato. Varie cascine sono invece diventate sedi di agriturismi, alcuni lussuosi in antiche dimore aristocratiche, e centri benessere. Molti gli agriturismi situati nelle cascine già sedi di lotte agrarie. Al conflitto è subentrata la quiete, o meglio la sua ricerca: le due componenti, secondo l’autrice, che accomunano il Po e l’Oglio.

La memoria delle catastrofi nell’Appennino rinvia ad altri terremoti: Lisbona (1775), Istanbul (fine anni ’90 del Novecento); quello calabro-messinese del 1783. Lungo la dorsale appenninica, per l’Abruzzo, come per l’Irpinia, fino alla punta dell’Aspromonte, le catastrofi non si limitano ai terremoti, e questi non appartengono solo alla memoria recente. Gli ultimi rimandano a quelli più remoti, per cui è possibile misurare il peso di una memoria più lunga, vederne le tracce, come le traduzioni nel passato recente e nel presente. Lo stesso per le catastrofi, legate ad altri eventi naturali, come le inondazioni, o umani, come la guerra e le lotte sociali. Tutte sono trattate seguendo il filo della memoria legata ad un luogo specifico, diverso dagli altri pur se assoggettato a sventure similari. Per ognuno di questi luoghi – L’Aquila, S.Stefano di Sessanio, Calascio, Castel del Monte, Paganica e Onna in Abruzzo; Fiumeri, Carbonara, Aquilonia, Conza in Irpinia – la memoria si rivela preziosa per i contemporanei, per il loro futuro. Qui sono gli oggetti, rimasti fra le rovine dei terremoti o ricomposti nei musei, a giocare un ruolo chiave, per gli individui come per la collettività. A Onna le macerie del terremoto del 2009 ricordano per gli abitanti quelle della strage del 1944, quando i Tedeschi fecero saltare con le mine una decina di case nel centro del paese. La ricostruzione prese decenni e oggi come allora il masso del Pinnerone fu recuperato quale importante simbolo della socialità collettiva. Qui per i superstiti il futuro è fondato sulla memoria, alimentata da pochi oggetti ricuperati (due tazze con il nome delle figlie morte, una bottiglia…) oppure ricomprati uguali (la stessa bambola porta sacchetti per l’immondizia, distrutta con la casa, cercata e comprata identica) a cui si attribuisce alto valore simbolico. E’ un uso della memoria per ricostruire, quello che qui viene fatto dagli abitanti. A Carbonara/Aquilonia il museo etnografico della civiltà contadina (14000 oggetti in 108 sale su 1500 mq) ripropone con gli oggetti ricorrenti nelle descrizioni dei due eventi (il massacro del 21 ottobre 1860 da parte dei “cafoni” degli odiati galantuomini notabili progressisti filogaribaldini, che detenevano le carte dei crediti loro dovuti, con il saccheggio dei loro palazzi e il terremoto del 1930) una memoria pacificata, rimettendoli al loro posto (la lavagna nella stanza della scuola, la biancheria nei cassetti, gli attrezzi riuniti), in una sorta di utopia del passato. A compensare il carattere anonimo della nuova Aquilonia, ricostruita intorno alle baracche dopo il sisma del 1930, nella tentata riconquista di un “centro” della propria storia, percepita come vero e proprio “bene comunitario”. Dopo quel terremoto, l’unico edificio interamente recuperato all’interno dell’area di Aquilonia (Carbonara fino al massacro del 1860) sarà il cosiddetto Parco Archeologico.

Le ricostruzioni, spesso in stridente contrasto, non sottraggono agli antichi siti in rovina il loro valore intrinseco. La ricostruzione di Fiumeri dopo il terremoto del 1980 mostra volumi disarmonici in contrasto con le proporzioni ancora intuibili del vecchio abitato. Quanto a Conza nuova, dove si è trasferito l’intero abitato dopo il terremoto del 1980 (Sella di Conza ne è stata l’epicentro con 184 vittime e l’85% dei vani distrutti), il paese ricostruito mostra le parvenze di un grande sito cimiteriale. Imbiancato di fresco, la memoria interrata. In una sorta di tipologia, l’autrice distingue gli abbandoni a lento scorrimento nelle Alpi Piemontesi, in Liguria e anche in Calabria, e i caseggiati rurali in declino nella Bassa padana, dagli abbandoni da terremoto. E si interroga su quanto questo evento limite condizioni la qualità della memoria per le comunità locali: forse, per meglio dire, la percezione del senso che un gruppo ha del proprio territorio sventrato e riconfigurato dalle catastrofi. Di Conza, già importante sede arcivescovile dell’Irpinia soprattutto fra Cinquecento e Ottocento, l’ultimo sisma ha cancellato l’antico abitato segnandone la fine. Diversamente da quanto avevano fatto i numerosi terremoti precedenti, nel 1361, 1668, 1694, 1852, per non citarne che alcuni. Anche il foro romano, riemerso sotto le rovine dell’ultimo, sembra essere stato abbandonato dopo un sisma nel 990. Qui contribuiscono a restituire la memoria gli archivi, con la descrizione ad esempio delle visite pastorali, e le iscrizioni sui monumenti romani. Così l’ultima catastrofe ha contribuito ad accrescere i contenuti della memoria della città, restituendo informazioni e dettagli sepolti già da secoli e permettendone la riappropriazione agli abitanti che più non vi vivono. La complessità delle fonti e la sottintesa necessità di intrecciare la loro natura risultano in evidenza: il lavoro a monte di storici, archivisti, etnologi, antropologi, appare scontato e indispensabile al lavoro di lettura e interpretazione che l’autrice (non a caso storica di formazione) compie consapevolmente. Nelle fonti si ritrovano dati della memoria inattesi, come i 58 preti della diocesi che appaiono iscritti alle vendite carbonare. Nel Museo del parco archeologico si ritrova la città, nelle fotografie e negli oggetti, essenziali entrambi. Nel borgo abbandonato gli abitanti vanno raramente, ad eccezione di qualche nonno con i nipoti. A Natale però, per la pratica dei presepi viventi, la presenza, anche dei vecchi abitanti emigrati altrove, vi è massiccia e generale,. Conza è, per l’autrice, un esempio di memoria protetta, (…) che si può esperire, almeno per ora solo in forme rituali. E solo in certe occasioni, con la copertura del conforto della fede. Qui, come altrove, il terremoto sembra aver dato la spinta finale a un mondo in declino, da cui sono poi partiti gli emigranti.

Anche se non illustrato dalle carte, che mancano, il filo conduttore del viaggio è geografico: le Alpi, gli Appennini e il mare, quello braudeliano, rovesciato, che obbliga ad uno sguardo dal dentro. Innanzitutto le montagne, secondo la visione di Braudel, riferimento latente e più volte evocato. Per questo la Calabria va guardata dal di dentro: le sue coste alte e frastagliate appaiono una barriera verso e non dal mare. L’interno montuoso, frammentato, spezzato della Calabria e le rovine degli edifici incompiuti sul litorale generano i suoi paesaggi. Come nella Locride quello dell’antico borgo di Pentadattilo – che rimanda alla lontana memoria di sterminio della Pasqua del 1686, quando il barone di Montebello vi uccise l’intera famiglia degli Alberti, marchesi di Pentadattilo –  abbandonato negli anni successivi all’alluvione del 1953. Le nuove case moderne per gli abitanti furono costruite alla Marina. Anche quella degli abitanti di Africo, fondato nel IX secolo a 70 km dalla costa ad arginare le scorrerie saracene, e della frazione di Casalnuovo fu una migrazione obbligata verso il mare. Per quattro giorni nell’ottobre del 1951 entrambi furono investiti da una bufera di vento, pioggia e nevischio, con frane, crolli, smottamenti, bestiame trascinato nel fiume, tetti che si sgretolavano. Gli abitanti, sfollati provvisoriamente a Bova, non tornarono più. Dopo anni (nell’autunno del 1972 i capifamiglia rivendicavano ancora l’assegnazione del suolo edificatorio) fu decisa la ricostruzione di Africo nuovo sulla costa, entro i confini del comune di Bianco. Sul prima come sul dopo della vicenda, segnata da lunghe storie di strade mancate, sembra aver planato la ndrangheta. La strada che avrebbe dovuto congiungere Africo vecchio a Bova, avviata negli anni ’40, non fu mai terminata; quella di Casalnuovo, realizzata poco prima dell’alluvione, venne distrutta dalla stessa. Quella promessa per influenzare la scelta dell’abbandono per il nuovo insediamento alla marina non fu mai costruita. La sua non realizzazione tagliò il cordone ombelicale del paese, di tradizioni contadine e non marinare, con la terra abbandonata (5000 ettari con un patrimonio zootecnico di 6000 capi al momento dell’abbandono). Per tenere in vita il collegamento gli Africoti riadattarono al nuovo contesto geografico il percorso del tradizionale pellegrinaggio religioso al Santuario di San Leo, in località Mingiola, dove si recano a piedi dal vecchio cimitero. E’ questa l’occasione per ritornare nell’antico abitato che si trova a mezz’ora da quest’ultimo e su cui già aveva infierito il terremoto di Messina del 1908. E’ il paese antico con i suoi ruderi così difficili da raggiungere che custodisce il “senso del luogo” richiamando anche immigrati dal Nord Italia o dagli Stati Uniti. Sulla costa, Riace, in tempi più recenti, è invece riuscito a contrastare l’abbandono. Il paese è stato ripopolato dai profughi rifugiati politici di una carretta del mare, ad opera del sindaco, con il patrocinio di Laura Boldrini, allora alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Riace è diventato un laboratorio, con un sistema di botteghe di artigianato locale, in cantine abbandonate riadattate, vivace, colorato e molto visitato. Una salvezza venuta dal mare, con cui il rapporto è stretto e che costituisce qui l’elemento di continuità. Non a caso i bronzi ritrovati il 16 agosto 1972, e poi trasferiti a Reggio Calabria, richiamarono subito negli abitanti i venerati santi medici Cosma e Damiano, giunti dallo stesso mare.

Il viaggio abbandona alla fine la logica geografica nel privilegio della logica simbolica e si conclude alle Fosse Ardeatine, più che luogo cruciale della memoria resistenziale il simbolo universale del sacrificio di chi s’immolò pagando con la vita, l’opposizione alla violenza. Celebrò l’unione concorde degli italiani per la liberazione e la rinascita della patria, divenendo oggetto di un imponente uso pubblico della storia in continuità (…) con la retorica eroica del Risorgimento e lo spirito patriottico della prima guerra mondiale.

La volontà di immedesimazione dell’autrice in tutti i luoghi visitati, ai fini della massima comprensione, risulta evidente. In tutti si vuole cogliere la continuità e soprattutto la proiezione della memoria identificata: una memoria che, nel rifiuto di qualsiasi nostalgia, qualifica il presente e proietta verso il futuro. Ne risulta un libro da leggere, anche per imparare tecniche e modi di osservazione prima che di analisi. Un libro in cui la pluridisciplinarietà si concretizza, mostrando tutte le sue potenzialità e i vantaggi possibili nell’approccio al territorio, ma soprattutto l’estrema difficoltà che la sua pratica richiede, nella consapevolezza dei saperi necessari. Imparo, apprendo, scopro, ripete spesso l’autrice a ribadire quella messa in pratica dell’umiltà intellettuale, che costituisce la premessa di tale consapevolezza, indispensabile nell’approccio a terreni/territori sconosciuti.