recensione di Antonella Tarpino

 

Nel libro di Lucia Carle, che incrocia in maniera fortemente produttiva antropologia e storia (discipline solo in apparenza contigue) il territorio assume una doppia valenza: oggetto dell’indagine ma insieme misura, banco di prova per la messa a punto delle categorie cruciali che lo raccontano nelle stratificazioni del tempo lungo: identità, memoria collettiva, coscienza di appartenenza.

L’identità, in linea con Lévi-Strauss, viene considerata, già fin dal titolo, in senso dinamico, in un confronto attivo con i cambiamenti vorticosi in atto che segnano progressivamente i territori. Con una premessa di base. L’indagine  è finalizzata non alla ricerca/conservazione della natura originaria del territorio (che tra l’altro non è data, i luoghi ci ricorda Salvatore Settis, sono in continuo movimento) ma “alla prosecuzione dell’opera di territorializzazione secondo criteri e forme innovative acquisendo tuttavia per questo intento progettuale – secondo l’orientamento di Alberto Magnaghi – le regole di sapienza ambientale che hanno realizzato il tipo in epoche precedenti”. Così da riconoscere  quei valori fondativi, che pur in quadro mobile  e di lunga durata,  contrassegnano un dato territorio.

Alla base dell’identità culturale di un territorio non sono dunque  le sue configurazioni geografico-amministrative, quali limiti  e frontiere (snodo decisivo a mio parere) bensì il modello sociale tendente ad autoconservarsi e ad autoriprodursi nel tempo. Oltre la soglia effimera del presente, vanno reperiti nell’indagine gli indicatori profondi di ciò che la Carle definisce “coscienza di appartenenza”a un territorio: trascrivendone le continuità e le rotture lungo la linea accidentata della lunga durata.

Identità o per meglio dire coscienza di appartenenza che acquista tanto più senso dentro un quadro di riferimento più ampio e si dispiega, agli occhi dei suoi abitanti, lungo almeno tre orizzonti spaziali:

Relativo, quello immediato, dei bisogni vitali in cui l’individuo inscrive la sua vita  ed i suoi bisogni quotidiani (un podere, un borgo, un paese, una città): percorribile a piedi o a cavallo in antico regime si dilata poi con il treno, l’automobile, l’aereo….

Circoscritto, comune a una o più aree, corrisponde allo spazio/tempo degli itinerari commerciali comuni, delle frontiere, dei cicli demografici.

Allargato, quello invece delle ambizioni politiche o dinastiche, delle strategie economiche su larga scala, delle frontiere religiose.

Definito il campo d’indagine, risulta con evidenza quanto l’identità – osserva con acutezza – non si esaurisca né nel luogo, né nel territorio.  Anzi, come nel caso degli immigrati si può parlare di identità senza territorio, perpetrata semmai nella memoria. E dove il territorio funge, si può dire, da specchio di altri territori.

 

Identità e Stato nazionale

L’identità nei secoli del moderno è stata associata per lo più al quadro dello Stato nazionale. Ma il caso Italia conduce  l’autrice a fronteggiare il tortuoso percorso storico che conduce solo in epoca relativamente recente rispetto ad altri nazioni europee, alla costituzione dello Stato unitario in conseguenza delle battaglie del Risorgimento.

E qui – osserva con particolare interesse – si apre un forte divario fra consapevolezza storica e coscienza storica  degli abitanti della penisola. E’ la stessa nozione d’Italia a  disperdersi, frangendosi  lungo i secoli in una serie infinita di diverse “patrie”: dalla signoria locale tardo medievale all’episcopato, alle civitates scontando, la prevalenza, fin alle soglie della riunificazione, degli antichi stati (a raggio regionale). Si è depositata così nella memoria collettiva la percezione,  a partire almeno dall’epoca post rinascimentale, di un’univoca età di decadenza, consumata sotto l’onnipresente dominio straniero, solo in parte riscattata (così è nel sentire corrente) dalla politica conquistatrice di uno Stato fra gli antichi stati,  anzi di una dinastia, poco italiana tra l’altro, quale quella dei Savoia. Quando al contrario, per ricorrere a un orizzonte allargato, la riunificazione post risorgimentale si sa, si rivelerà possibile solo  in un quadro europeo (al cui interno si muoveranno del resto gli stessi protagonisti) “con l’appoggio dei cannoni francesi e il beneplacito politico inglese”.

Ecco si può dire allora che la  memoria collettiva non solo non sia sinonimo di coscienza storica, come fa osservare, ma ne rappresenti in larga parte, se così si può dire, la dimensione incosciente. Quasi che – radicalizzando le conclusioni della Carle – nell’esperienza a lungo mancata di una memoria territoriale unificata (identità anche la nostra senza territorio?) la memoria collettiva si ponga per così dire contro la storia. Riflessioni, le mie, che fanno eco alle notazioni un po’ eretiche di un antropologo italo-americano come Vincent Crapanzano per il quale se la memoria è il sedimento, si potrebbe dire l’inerzia del tempo consustanziale alle comunità e alle loro espressioni territoriali, al contrario la storia riflette la velocità del cambiamento, il senso di fragilità temporale che deriva dall’accelerazione.

 

Come interrogare un territorio?

Coerentemente con le intenzioni dichiarate l’indagine prende a considerare le diverse metodologie atte ad indagare le difformi territorialità del nostro Paese con il fine esplicito di procedere a un intervento attivo di pianificazione.  Interviste sul campo. Mi ha colpito la serie di raccomandazioni di metodo per approcciare l’intervistato (tecniche al confine fra antropologia e storia orale). E’indispensabile “saper mettersi fra parentesi senza scomparire”, “occorerà valutare dove è meglio intervistare (luogo pubblico o privato) in quale situazione (solo, accompagnato da chi?) a quale ora del giorno”…

Li ho associati ai criteri seguiti da Nuto Revelli nella raccolta delle testimonianze sul mondo contadino del Piemonte come  ha ricordato qualche anno fa Laurana Lajolo. E’ importante arrivare al momento giusto:  spesso in inverno, quando il tempo  trascorre lento nelle stalle e nelle cucine malriscaldate – avverte Laurana – aspettando che la memoria dei testimoni si riorganizzi, aprendosi con fatica agli altri.

Ma Lucia Carle indica un insieme combinato di tecniche, tra cui in primo piano quella del questionario particolarmente idoneo per rilevare il grado di coscienza d’appartenenza al territorio da parte degli abitanti (non escludendo però i turisti e gli abitanti delle frazioni). Facendoli esprimere ad esempio su temi mirati: il significato di certi monumenti e luoghi pubblici, l’organizzazione dello spazio urbano e in generale la qualità della vita del luogo.

Con una serie di avvertenze anche qui preliminari di segno teorico: l’identità locale degli Italiani non è definita dalle regioni. A questo proposito si può parlare al massimo di sentimenti di appartenenza comuni dettati per lo più dai dialetti e dalle tradizioni della cucina. Ponendo l’attenzione su quelle “sub-regioni che si estendono all’interno di una o più regioni amministrative e che talvolta sono frazionate in province”. Con attenzione a segnalare ogni contenuto identitario anche quando (il rilievo non è secondario)  questi contraddicono la ripartizione territoriale. E qui le considerazioni fra territori e dinamiche identitarie, tanto più orientate a un’impostazione operativamente territorialista, si fanno anche queste straordinariamente preziose e articolate.

Come nel caso delle regioni di confine o sub regioni, territori marginali quali la Garfagnana (in Toscana) percepita nella coscienza di appartenenza dei suoi abitanti non tanto per la delimitazione dei suoi confini politico-amministrativi, quanto semmai “per l’asprezza morfologica dei suoi versanti, per le difficoltà di vita legate a un’economia agricola povera o per le vie di comunicazione, religiose o commerciali, che l’hanno attraversata nel corso dei secoli”. O un’area territoriale sub regionale ma più strutturata come le Langhe nel Piemonte meridionale che hanno prodotto a tutti gli effetti un modello sociale esplicito (tendente ad autoconservarsi e ad autoriprodursi lo si diceva all’inizio) capace di esprimere  sul lungo periodo un patrimonio culturale specifico: paesaggistico, architettonico, urbanistico, alimentare e linguistico (io aggiungerei anche letterario). Un territorio caratterizzato da un modello sociale di lungo periodo, tra Seicento e prima metà del Novecento, fondato sul sistema della casa e legato all’unità di produzione e abitazione insieme costituito dalla cascina. Su quel modulo antico si innesterà (ecco in azione il fenomeno dell’autoriproduzione) a partire dagli anni Cinquanta del Novecento la figura dell’operaio contadino. Con quali caratteristiche? Lucia Carle ne indica una decina, tra cui:

famiglia mononuclare allargata, piccola proprietà (tra 10 e 30 ettari), policulture, autoconsumo, trasmissione patrimoniale ad un unico erede, emigrazione stagionale, sistemi di viabilità  prevalentemente in quota ad evitare l’instabilità dei terreni, le frane, le piene dei torrenti. Una prospettiva di ricerca basilare che rimescola, grazie al robusto impianto “annaliste” dell’autrice, approcci disciplinari (da noi ancora tendenzialmente paralleli) in un’interazione dagli esiti avvincenti: dove  il senso dei luoghi  è svelato oltre i luoghi comuni.